CODE 5UPERB1A - SCENA 3
30 minuti prima…
Incrocio fra la Yorck Strasse e la Belziger Strasse. La serata nel Primo Anello è frizzante all’altezza dei marciapiedi. I locali notturni sono tutti aperti e le fredde luci al neon dei club modaioli guidano la fiumana di consumatori verso la miglior offerta speciale, o il miglior drink dell’isolato, a seconda della filosofia di marketing sposata dai gestori per l’occasione. Sotto un cielo incolore Berlino2 è una centrifuga di personaggi esotici e stravaganti pronti a perdersi per qualche ora nelle delizie del consumismo più sfrenato e travolgente.
Un vagoncino elettroguidato si ferma nei pressi della sede corporativa SigmaLab, proprio sotto l’insegna pubblicitaria del Pussy-Juice, uno dei più roventi bordelli di tutto il Rotlichtviertel.
Un uomo e una donna escono dal portellone laterale, sono molto giovani, con capelli scuri e tratti somatici orientali, sulle spalle portano due borsoni da palestra.
Il furgone riparte infilandosi in un vicolo laterale mentre i due si mescolano tra la folla assiepata sul marciapiede.
La donna tira fuori dalla tasca due tesserini magnetici della SigmaLab. Mentre camminano consegna quello di Hiroki Masami all’uomo, e tiene per sé quello di Kaede Hayashi.
La cappa di nebbia artificiale che ammanta la mezz’aria del quartiere è pesante e fastidiosa, a livello della strada le tonalità dorate visibili dai grattacieli si perdono in ben più acri sfumature giallastre. L’aria è satura di vapore e difficile da respirare, qualcuno si aiuta con un purificatore tascabile, mentre altri si limitano ad affondare la faccia nei colli alti dei loro abiti.
I due avanzano a passo spedito verso il polo della SigmaLab, si tengono dalla parte opposta della carreggiata rispetto alla sede corporativa. L’odore di cibo etnico da rosticceria sembra trasudare direttamente dall’asfalto. Superano a spintoni un muro di gente che spinge a sua volta per entrare in un Gaming Center Atari già oltre la sua capienza massima. In quel punto il fracasso prodotto dalle macchinette Pachinko sistemate per file parallele all’interno del locale è così forte da annullare il già oppressivo tappeto sonoro della megalopoli. Poco più avanti imboccano un sottopassaggio pedonale e attraversano la strada.
Il grattacielo corporativo ora è un gigante silenzioso che s’innalza proprio sopra le loro teste. Girano attorno a una pensilina di sosta per buona parte imbrattata da vernice ultravioletta e costeggiano la base dell’edificio staccandosi gradualmente dalla strada per entrare in un parcheggio. Si fermano dietro l’angolo di una cabina di collegamento Net. Kaede sbuffa di noia mentre attendono che l’occhio della telecamera si sposti dal loro percorso, poi ripartono. Come due ladri scivolano dentro un minuscolo spazio verde ricavato a forza fra una rientranza del muro e il grattacielo contiguo. Evitano una seconda telecamera, sgattaiolano attraverso un buco nella recinzione e qualche metro dopo gettano i borsoni in una bocchetta di scarico con la grata di protezione spostata e i sigilli rimossi. Poi con la stessa attenzione tornano indietro, evitano di nuovo le telecamere, e come se niente fosse raggiungono la strada. Fanno a piedi tutto il giro del grattacielo e si recano all’ingresso dipendenti dei piani inferiori. Kaede controlla l’orologio, come programmato arrivano al cancello in perfetto orario per il cambio turno. Il traffico di personale in entrata e in uscita è frenetico in quel momento.
Dopo un rapido scambio di sguardi i due si separano. Kaede entra per prima, mentre Hiroki fa passare avanti una decina di persone prima di seguirla.
La ragazza mantiene un’andatura spedita mentre supera il cancello e taglia in diagonale il cortile per dirigersi al portone 4.
Due guardie della SigmaLab presidiano l’accesso e il checkpoint di controllo. Kaede modula il respiro, manda a fondo le endorfine che le saltellano nell’apparato circolatorio. Effetto scenico a parte, le armi e le divise corporative servono solo a portare una parvenza di sicurezza nell’ambiente circostante, Kaede potrebbe liberarsi di loro senza alcun problema, peccato solo che questo manderebbe tutto il piano a puttane.
Li guarda appena mentre pesta sulla griglia che porta allo scanner con il lasciapassare della SigmaLab già in mano. Kaede Hayashi, non voleva proprio mollarlo quel maledetto tesserino.
Impaziente attende il suo turno. Non ci vuole molto perché la fila scorra avanti fino a lei. Dalla strada qualche ragazzino schiamazza mentre un fulmine olo-pubblicitario si scarica su un palazzo vicino attraversandolo da cima a fondo, per poi lasciare posto al logo tridimensionale della EWAX.
Kaede sposta i capelli dietro l’orecchio e avanza, si morde il labbro mentre striscia il tesserino nel lettore, poi senza esitare lo punta in alto verso l’occhio dello scanner. Il computer analizza sia lei che il documento e traccia le corrispondenze necessarie all’identificazione del soggetto: peso corporeo, gruppo sanguigno, altezza, e un altro lunghissimo elenco di parametri, tutti perfettamente falsificati e ricombinati dal Datore. La comparazione dura appena qualche istante, poi una luce verde si accende sotto la griglia e il portone 4 si apre. Kaede sbircia in alto le vetrate scure della costruzione perdersi nella bruma giallastra, non sarà facile arrivare lassù. All’improvviso sente la pelle inumidirsi leggermente sotto i vestiti, una sensazione tanto insolita quanto sgradevole. Entra in una hall spartana al limite del deprimente, il pavimento e le pareti sono una cacofonia di plexiglas grigio tenue, usurato e segnato dal tempo e dal continuo passaggio del personale. A lato dei distributori automatici ci sono un paio di piante sciupate che, con ogni probabilità non hanno mai visto la luce del Sole. Kaede evita gli spogliatoi e imbocca il corridoio che porta alla lavanderia. Nessuno la ferma, nessuno fa domande, la SigmaLab settorizza i propri dipendenti in modo così stretto e claustrofobico che è raro persino si conoscano fra membri di laboratori adiacenti. La porta della lavanderia si apre con una certa pigrizia nei meccanismi, Hiroki ormai dovrebbe essere entrato nell’edificio. Lo stanzone è privo di vita, l’impianto automatizzato per la distribuzione e il riassetto dei camici non necessita di personale umano. Kaede richiama alla memoria la password e poggia le dita sul terminale. Inserisce il codice a 6 cifre, poi entra nel profilo privato di Kaede Hayashi, resetta tutti i parametri personali e subito dopo carica il tesserino modificato nel sistema. Il computer accetta i nuovi dati e un paio di secondi dopo un braccio meccanico arriva dal fondo del magazzino portandole un camice bianco lavato e piegato. Kaede tira fuori dalla tasca un piccolo contenitore trasparente in cui sono alloggiati una decina di chip di collegamento adesivi, con un pugno ben calibrato spacca un paio di gancetti del carter che protegge i circuiti sul retro del robot. Infila le dita nell’apertura e solleva la plastica quel tanto che basta per guardarvi all’interno. Trova un punto perfetto per inserire il chip fra le alette metalliche di un dissipatore. Estrae il componente dalla scatolina e lo lecca sul retro per attivare il collante, poi fa passare la mano nella fessura e lo appiccica sul punto individuato. Ora sono in tre dentro il palazzo, le sembra quasi di sentire il Datore entrare nei software della SigmaLab e dilagare nei sottosistemi come una marea. Richiude il carter e lo incastra alla meno peggio per evitare che sbatta durante i movimenti, poi finalmente raccoglie il camice e lascia libero il braccio meccanico di tornare al suo alloggio.
Indossa la divisa direttamente sul posto, passare dagli spogliatoi ancora affollati per il cambio turno è troppo rischioso. Lega i capelli dietro la testa con una fascetta restringente che teneva al polso, infila in bocca una gomma da masticare gusto fragola, quindi fa un respiro profondo ed esce dalla lavanderia per raggiungere il punto d’incontro con Hiroki. Percorre un paio di corridoi fino agli ascensori di servizio sul lato ovest del grattacielo, nel tragitto regala sorrisetti gentili e cenni di saluto ai colleghi che incrocia, proprio come se fosse una veterana della corporazione.
Mentre cammina si domanda se la Kaede originale, così timida e a modo, facesse lo stesso mentre percorreva quei corridoi. Ci mette poco a liquidare la questione, quella donna era davvero troppo riservata e timorosa per concedersi di sorridere agli sconosciuti. E poi, ormai che importanza ha? Il passato è passato.
Le porte metalliche dell’ascensore si aprono con un fruscio, Kaede Hayashi schiaccia la gomma fra i denti e sente montare lo spirito combattivo, l’adrenalina, l’eccitazione del rischio, tutte sensazioni che le entrano dentro come trasfusioni di pura vita.
Il primo interrato della SigmaLab è un’area di calcestruzzo grezzo spaccata a metà fra laboratori di archiviazione dati e magazzini di materiale deperibile. Uomini e automi si scambiano i compiti per rifornire i laboratori di tutto il materiale necessario agli esperimenti. Kaede si aggira come un serpente fra contenitori di materiali da laboratorio, e blister di patatine per i distributori automatici.
Trova Hiroki ad attenderla vicino al terminale di stoccaggio in cui si erano dati appuntamento. Le planimetrie fornite dal Datore sono precise al centimetro.
Hiroki indossa una tuta da tecnico hardware, lui è entrato come capo manutentore, con accesso ai magazzini sotterranei.
Si guardano appena. Hiroki le fa segno si seguirla con una mano, e la conduce verso un deposito di droidi da laboratorio proprio sotto la bocchetta in cui avevano gettato i borsoni.
Con il tesserino di Hiroki sbloccano la porta del piccolo hangar, una ventina di celle ad alveare raccolgono i robot in fase di ricarica. Un piccolo inserviente meccanico viene verso di loro appena la porta si apre, cammina su 8 zampe, in ciascuna delle quali è montato un diverso pacchetto upgrade di attrezzi interscambiabili.
Kaede scatta a sinistra verso un carrello di pezzi di ricambio, raccoglie una sbarra di titanio lì appoggiata e corre incontro al cyborg facendogli un mezzo giro intorno, il robot capta il movimento e non senza difficoltà prova a seguirla ruotando su sé stesso.
È sufficiente questo semplice giochetto per portare Kaede abbastanza vicina al ragno meccanico senza che questo abbia la possibilità d’identificarla e di attivare il programma accoglienza. La sbarra scende sul droide dall’alto verso il basso come una mazza dai bordi affilati. La testa del robot si sfonda fino quasi a staccarsi. Il corpo si paralizza di colpo. Hiroki va alla bocchetta di scarico a recuperare i borsoni, mentre Kaede getta la spranga e si siede al computer del reparto. Sfrutta le credenziali di Hiroki per inabilitare l’ingresso del personale al deposito a causa di un malfunzionamento al droide manutentore. Il sistema toglie il reparto dalla mappa delle zone attive. Subito dopo, è sempre lei a convalidare il guasto attraverso il portale di pronto intervento. Fingendosi Hiroki fissa un controllo programmato un paio di ore più tardi, quando ormai saranno lontani.
Appena finito sul touchscreen si alza, tira fuori dalla tasca la sua scatolina magica e appiccica un paio di quei chip adesivi in punti nascosti dell’hangar. L’unica cosa di cui deve preoccuparsi è che siano collegati a una fonte elettrica, cosa che lì dentro non manca di certo.
Hiroki si presenta con i borsoni in mano, insieme svuotano il contenuto a terra. Dalle tasche escono pistole ad alta frequenza, device e palmari della Kuramojo adattati nella forma per somigliare a quelli utilizzati dalla SigmaLab, e poi ancora auricolari, lame a elettroshock da inserire negli innesti bioware, chip e cavi di collegamento, il Mag di raccolta, e tutto il materiale che serve per andarsene a lavoro concluso.
Si mettono addosso tutto ciò che riescono a portare, il resto lo piazzano dentro un droide per la raccolta dati ancora nella sua cella di ricarica. Mentre Hiroki finisce di preparare il drone Kaede torna al terminale. Collega via cavo il suo palmare al computer, un attimo dopo su entrambi gli schermi finestre pop-up si alternano a pagine binarie. Il Datore sta facendo la sua parte.
Kaede sente spingere nel cuore le botte dell’adrenalina, un brivido eccitato le corre lungo la schiena.
Appena il Datore ha finito di riconfigurare il software corporativo Kaede inserisce tre chiavette USB in sequenza: rossa, gialla, verde. Il sistema scarica i dati a tutta velocità, appena la barra di caricamento si completa il terminale va in down e si riavvia.
Kaede stacca tutte le chiavette e le rimette a posto, nel frattempo Hiroki ha estratto il droide dalla cella e lo ha messo in funzione. Il countdown è cominciato.
Sbirciano nel corridoio che non passi nessuno quindi aprono il portone in modalità manuale e si gettano fuori dall’hangar. Le luci intorno a loro sono diventate azzurrine, segno che il turno di lavoro è iniziato. In fretta richiudono il portello e tornano verso l’ascensore seguiti dal droide comandato in remoto dal Datore.
Restare in movimento è l’unico sistema che hanno per evitare di essere scoperti. Un paio di operai gonfi di testosterone e impianti cibernetici cercano di fermare Kaede per tentare un approccio, lei li scansa e deve trattenersi per non alzargli un dito medio in faccia, se solo sapessero.
Appena l’ascensore arriva al loro piano un bisbiglio si fa sentire attraverso l’auricolare «Dirigetevi al piano 28 e proseguite. Il blocco è disabilitato».
Il Datore non finisce mai d’impressionarla, è affascinante.
L’elevatore li spara al ventottesimo piano in meno di 10 secondi, neanche il tempo di fare un ultimo briefing. Si trovano in un largo passaggio curvo che si estende sia a destra che a sinistra, con ogni probabilità si tratta di un anello che fa tutto il giro del livello.
I laboratori si alternano da un lato all’altro, Kaede e Hiroki iniziano a cercarne uno attivo e al contempo abbastanza isolato.
Un ometto cicciottello e calvo con un paio di Ray-Ban UltraGlasses viene loro incontro «Buonasera, posso aiutarvi?»
Kaede arriccia il naso e tossisce per schiarirsi la voce mentre cerca una tonalità che possa a trasmettere una certa sicurezza «Io e il signor Masami siamo qui per effettuare la sostituzione di un droide difettoso» e indica i due compagni che la stanno seguendo. Hiroki intanto ha già tirato fuori il suo tesserino e lo sta sventolando davanti al naso dell’assistente al piano. L’uomo sbadiglia e si stropiccia gli occhi da sotto gli Ultraglasses «Sapete già dove andare?»
Kaede fa un’espressione saccente e stronza simile a quella del bambino nella pubblicità per il cabinet arcade di Blasta Mosquito, la enfatizza addirittura meglio inclinando la testa di lato «Si, ovvio. Tutti sti moduli che ci mandano serviranno anche a qualcosa, o no?»
L’ometto li guarda con l’aria di uno che ha voglia di tutto, tranne che di rotture di palle «Che serata di merda. Muovetevi voi due!» continua a stropicciarsi gli occhi con la mano e con l’altra fa cenno ai due di proseguire, poi senza tanti imbarazzi punta verso le macchinette di caffe americano nel punto ristoro.
Fanno il giro seguendo la curva della galleria, non ci sono finestre, l’illuminazione è tutta affidata a una lunga striscia di brillanti luci al neon agganciate agli angoli del controsoffitto.
Vanno avanti per un minuto buono senza incontrare anima viva, i laboratori sono tutti offline o in fase di pulizia automatizzata, non ci vuole molto a capire che quel settore è destinato al personale diurno. Superano un punto di raccolta per le bombole utilizzate negli esperimenti di ingegneria criogenica quando, da uno dei Lab alle loro spalle una porta automatizzata si apre e sentono qualcuno uscire a non più di qualche metro di distanza.
Kaede si volta di scatto e sfoggia il migliore dei suoi sorrisi «Ciao, scusami! Cerchiamo il dottor Konrad, l’hai visto per caso?»
La ragazza con il tesserino da ricercatrice appuntato in bella vista sul camice li guarda perplessa «Chi cercate scusa?» fa un passo verso di loro e con la mano si tira indietro i capelli viola.
Kaede allarga le braccia, la porta del laboratorio è rimasta aperta, all’interno riesce a scorgere un Joshu virtuale muoversi avanti e indietro «Il dottor Konrad no? È mezz’ora che giriamo a vuoto. Qualcuno del tuo team lo conosce?» la dottoressa scuote la testa «Il laboratorio è chiuso e la squadra è a casa. Ci sono solo io che devo presentarmi per una riunione ai piani alti. Siete sicuri di essere al piano giusto?»
Kaede insiste, tocca il suo palmare per accendere lo schermo «Si certo! Vedi? È scritto qui nel modulo» porge il device alla ragazza che si avvicina per prenderlo, fa una faccia stranita quando si accorge che sullo schermo che le ha appena passato la collega non c’è assolutamente nulla.
Da dietro il touchscreen Kaede estrae dalla tasca il serramanico militare, la lama scatta fuori con un click secco. In una frazione di secondo Kaede strappa il device dalle mani della corporativa e le spinge il coltello a fondo, giù tutto nel ventre.
Kaede percepisce ogni singola diversa resistenza e consistenza nel corpo della sua vittima, è una sensazione disgustosa ma piacevole che parte dalla punta del coltello e arriva a solleticarle il cuore. Lo sente mentre buca gli strati di pelle sintetica, scava nel tessuto muscolare e lacera gli organi mollicci.
La ragazza trema, sbarra gli occhi e ansima mentre cerca di riprendere il respiro.
Kaede è veloce, precisa e spietata, lancia il palmare a Hiroki e afferra la ragazza per la gola impedendole di urlare, quasi la solleva di peso mentre la spinge dentro il laboratorio. La ricercatrice prova a divincolarsi e si attacca alle braccia della sua assassina con la forza della disperazione, ma la presa è troppo debole, quasi ridicola. Il Joshu sfarfalla, si contorce, scompare e riappare a caso in diveri punti del laboratorio, bianco e asettico al limite del rarefatto.
Hiroki richiude la porta alle loro spalle, la ragazza rantola con la gola compressa nella stretta mortale di Kaede, piccole gocce di sangue imbrattano il pavimento.
Kaede non riesce ancora a smettere di sorridere, quei patetici tentativi di divincolarsi dalla sua presa sono così divertenti, dominare le è sempre piaciuto da morire, e poi non vedeva davvero l’ora di passare all’azione. Si avvicina all’orecchio della corporativa che ora trema tutta con gli occhi per metà rigirati all’indietro, le sfiora la guancia con il naso e lascia andare un laconico «Mi dispiace così tanto per te, tesoro.»
Il dito di Kaede scivola sull’impugnatura del pugnale fino a raggiungere il tasto dell’elettroshock, si morde il labbro, stringe ancora di più la gola della dottoressa, preme a fondo.
La ragazza ha un ultimo violento spasmo, sputa fuori saliva mescolata a un rantolo intriso di dolore, poi va giù, crolla a terra esanime come una marionetta bunraku con i fili recisi e i bastoni spezzati. Il Joshu si spegne di colpo, svanisce nel nulla appena l’attività cerebrale della sua padrona termina.
Kaede passa la solita scatolina dei chip adesivi a Hiroki, che subito comincia a piazzarli in giro per il laboratorio. Il sangue inizia a spandersi copioso sotto il cadavere, Kaede sta attenta a non sporcarsi mentre lo gira di trequarti e gli sfila il tesserino. Se lo rigira fra le dita un paio di volte come un piccolo trofeo, in fondo sono arrivati fin lì proprio per quello, le tessere che sono riusciti a procurarsi non consentono l’accesso ai piani più alti della SigmaLab.
«Abbiamo la chiave. Ti connetto al blocco tasti della porta, sigilla tutto appena usciamo. C’è un cadavere qui dentro» Kaede Hayashi non tradisce neanche la più piccola emozione, né dentro né fuori. Fa spallucce, scavalca il corpo con un saltello e infila il documento nel taschino del camice. Apre il droide da ricerca, dall’interno srotola due cavi che va a inserire nelle fessure di manutenzione del blocco porta, poi avvia la connessione e lascia il Datore a completare il lavoro. Il tempo è diventato una risorsa fondamentale che non vuole sprecare neppure per nascondere il corpo, quando riusciranno a sbloccare la porta con ogni probabilità loro saranno già lontani. Hiroki torna con la scatolina quasi vuota, i chip che restano decide di seminarli lungo il percorso, i punti chiave sono già coperti. Kaede approfitta dei pochi attimi a disposizione per controllare l’attrezzatura stivata nella pancia del droide, tira fuori una fondina ascellare completa di due pistole silenziate automatiche, la indossa sotto il camice. Hiroki intanto si è tirato su le maniche e ha aperto i due grossi vani con scatto a molla che tiene occultati negli avambracci. Vi aggancia due pesanti lame da macellaio che spariscono per intero dentro il suo corpo. Le pistole a Hiroki non piacciono proprio.
Il droide si muove avanti e indietro un paio di volte, poi il Datore torna in linea sull’auricolare «La porta è sistemata. Proseguite fino al piano 82, e cercate l’ingresso dipendenti B, passate nei tornelli 4-5 o 6 sono a vostra disposizione. Io vi seguo attraverso i sensori del droide.»
Kaede riallaccia il camice «Ci serve un segnale per uscire dal laboratorio Datore». Nessuna risposta. La pancia tagliata della dottoressa continua a perdere una copiosa quantità di sangue, la pozzanghera rossa e appiccicosa punta dritta verso le bocchette di scolo sistemate a terra.
Kaede afferra Hiroki per la mano e con il dorso dell’altra gli accarezza il volto. Entrambi si perdono per appena un momento, la voce del Datore torna in cuffia «Via libera!» la porta del Lab si apre dal basso verso l’alto.
Kaede accenna un sorriso, Hiroki le annuisce in risposta, non hanno bisogno di parlare.
Escono di corsa dal laboratorio insieme al droide e riprendono con il giro iniziale, la porta si chiude alle loro spalle con un leggero tonfo, un meccanismo elettronico entra in funzione.
La galleria prosegue uguale ancora per parecchi metri, passano una vetrata in cui sono contenuti un paio di bracci meccanici multifunzione intenti ad assemblare della componentistica hardware, solo allora la situazione si anima. I locali da lavoro qui sono attivi e sintonizzati, quasi all’improvviso anche la galleria si popola di suoni e persone.
S’infilano dietro un gruppetto di ricercatori e lo usano per mimetizzarsi, continuano il giro quasi da turisti. La differenza con i piani più bassi è sostanziale, sembra che la polvere e lo sporco non siano proprio mai arrivati, ogni singolo particolare è così pulito da sembrare nuovo.
Trovano gli ascensori, a quel punto si staccano dalla comitiva di ricercatori e vanno per raggiungerli. Ancora una volta nessuno interviene per fermarli, forse la SigmaLab è molto più a corto di soldi e personale di quel che vuole dimostrare, oppure davvero nessuno sa su cosa si sta lavorando lì dentro.
Prendono l’ascensore e salgono fino al piano 82, appena le porte a specchio si aprono i gate sono proprio di fronte a loro. Kaede seleziona l’ingresso 6, fra quelli chiamati dal Datore è il più distante dal team di sorveglianza, Hiroki si mette dietro di lei. Un’icona gialla accesa sul lettore del tornello le conferma che il Datore ha ancora il controllo sul passaggio.
Kaede appoggia la carta prelevata dalla ricercatrice sul lettore, il tornello scorre in avanti e un messaggio compare a monitor
-Buonasera Dott.ssa Sebille Vidal-
Il sistema bloccato dal software del Datore non è in grado di riconoscere chi o cosa gli sta facendo leggere il documento. Kaede con una mossa all’indietro cede la tessera a Hiroki e passa oltre senza farsi notare.
L’illuminazione qui è fredda e ridotta al minimo per migliorare la resa della realtà virtuale, necessaria a trasformare gli angusti loculi in plexiglas delle postazioni computer in eleganti e spaziosi uffici. Sottili strisce LED a scorrimento rapido delimitano i percorsi fra i cubicoli rischiarati all’interno da deboli tinte azzurrine e magenta. Con una rapida occhiata intorno Kaede si rende conto che l’eliporto corporativo e la scala d’emergenza si trovano alla loro sinistra. Senza perdere tempo s’infila fra i cubi di plastica in quella direzione, un tizio con un visore VR ad alte prestazioni quasi la investe mentre gira l’angolo, Kaede lo evita a pelo con una mezza piroetta di lato, il tizio invece non sembra nemmeno accorgersi della sua presenza.
Le porte antipanico sono semichiuse per far girare un po’ più d’aria nella struttura, dalle scansioni effettuate nelle settimane precedenti risulta che il personale del piano esce spesso da lì per fare la pausa sigaretta. È il punto più vulnerabile di tutta la SigmaLab Berlino2. Escono all’esterno con il droide controllato dal Datore che continua a seguirli a un paio di passi di distanza, la pista d’atterraggio è vuota. Subito un messaggio video arriva da chissà quale satellite direttamente nel bulbo oculare di Kaede, l’obbiettivo si trova tre piani sopra di loro. Un secondo più tardi il Datore prende a comunicare attraverso il canale radio «Finché restate all’esterno della struttura possiamo parlare senza problemi, il flusso dati cittadino è semplicemente troppo ampio perché riescano a captarci.»
Kaede annuisce «Che sai dirci sull’accoglienza che troveremo lassù?» Guarda in alto e scorge dietro l’angolo un frammento della scala che dovranno risalire.
Il Datore fruscia, poi torna «Non molto, il nostro uomo è un personaggio abbastanza paranoico, la sua visita non è stata appuntata neppure nei registri ufficiali della SigmaLab.»
Un paio di tizi escono con le sigarette in mano e si mettono una decina di metri alla loro destra a confabulare fra loro.
Kaede si spazientisce subito «C’è qualcuno o no? Non abbiamo più tempo.»
«Si c’è qualcuno con lui, percepisco almeno un’altra presenza lì vicino, di più non posso dirvi. Siate pronti a tutto». La solita vecchia storia. Intorno a loro dai megaschermi piazzati a decine sulle facciate dei grattacieli gli spot pubblicitari bombardano senza sosta le menti dei consumatori, pure a quell’altezza Berlino2 è una giungla di suoni e flash da crisi epilettica.
I due infiltrati puntano la scala con passo deciso, i tizi lì fuori con loro provano a richiamarli con un vocalizzo che si perde nella notte. Kaede vede con la coda dell’occhio i due impiegati stringersi nelle spalle con disapprovazione prima di tornare ai loro affari. La pista per gli elicotteri è così ampia che ve ne potrebbero stare almeno due, e ancora ci sarebbe spazio per altro. Gli occhi di Kaede si riempiono di dati analitici, ora che la connessione è protetta sente il Datore muoversi dentro di lei, dita affusolate che s’infilano nei recessi più oscuri del suo impianto neurale e lo manipolano dal profondo, un dirigibile della Jersey Soda sbuca dall’orizzonte degli eventi urbani e galleggia pigro nella loro direzione, più verde che mai. Il cervello calcola la traiettoria, la direzione del vento e persino la densità dell’aria. Fra meno di dieci minuti il pallone sarà proprio sopra le loro teste. Sente il datore viaggiare nel Net e spostarsi ovunque: nel sistema di guida satellitare del pallone aerostatico, nel droide per la raccolta dati, nei software corrotti della SigmaLab, e nel suo cervello. Kaede estrae dalla scatolina il penultimo chip, rimuove la protezione e se lo prepara sul palmo della mano. Girano l’angolo e la scala è proprio lì davanti a loro, pronta a portarli verso gli ultimi piani avvolti nell’oscurità.
«Ehi voi due! Andate a pomiciare davanti come tutti gli altri. Sono stufo di vedere gente qua dietro. Vi faccio rapporto.» una guardia con un caschetto integrale viene verso di loro, il mirino laser della mitraglietta ondeggia sul pavimento mentre avanza. Il Datore sposta subito l’attenzione sul nuovo arrivato, Kaede lo sente piombargli addosso dall’etere per impossessarsi dei pacchetti d’informazioni sensibili.
Kaede si ferma sul posto e lascia che sia l’uomo ad avvicinarsi «Pomiciare? Fate così qui in alto? Stiamo cercando un cazzo di accendino.» Hiroki si è spostato alla sua destra, il Datore è pronto.
L’uomo viene avanti ancora «Accendino un cazzo. È sempre la stessa storia. Tiratemi fuori i tesserini, su avanti».
Kaede fa per mettere le mani nelle tasche dietro dei pantaloni, solo per finta. Il piede scivola di un mezzo giro all’indietro e con una mossa repentina Kaede sbatte il chip adesivo sulla pettorina hi-tech del corporativo. La guardia fa un mezzo passo indietro per l’urto, Hiroki come un fulmine gli sbuca dal fianco e lo prende in pieno con un manrovescio. L’elmetto del corporativo si sfonda e deflagra in schegge all’impatto, la testa dell’uomo va all’indietro di botto, una frustata secca. È già tutto finito.
Rapidi spostano il cadavere in un punto buio sotto la scala, il Datore con i parametri estrapolati dai pacchetti informatici della guardia ne crea un simulacro perfetto, in grado d’ingannare i software SigmaLab. Hiroki aggancia il droide sulle spalle e cominciano a salire. Il dirigibile della Jersey fluttua sempre più vicino e Kaede ora ha la sensazione che l’intera città non abbia altro da fare che osservarli nell’impresa. Come prevedibile la porta d’emergenza è chiusa, per forzarla usano un codificatore tascabile recuperato al mercato nero. Il corto circuito è immediato, la porta si apre. Entrano, il Datore abbandona i canali principali e torna a nascondersi nei file corrotti del droide. Sono all’interno di un’area Server, l’aria è così secca che si fatica a respirare. Appoggiano la porta per non alterare le condizioni climatiche dei processori, Kaede si toglie il camice, strappa un pezzo di manica e la usa per impedire alla porta di chiudersi del tutto, il resto lo getta a terra e con un calcio lo fa scivolare sotto uno dei macchinari. Non c’è nessuno li dentro, stanno bassi mentre scivolano fra le torri di computer. Kaede si prende qualche secondo per posizionare l’ultimo dei suoi chip proprio sulla testa di un connettore primario, quello sì che farà un bel botto.
Rumori provengono dall’esterno, Kaede e Hiroki si gettano a terra dietro una matassa di cavi e trattengono il respiro, osservano la situazione attraverso il vetro. Passano in due, poi altri due, l’impianto ottico di Kaede mette a fuoco il bersaglio: Jorge Hikkon è proprio lì, a pochi metri dal loro nascondiglio. Lo seguono attraverso i riflessi delle finestre finché non lo vedono sparire oltre un portone nero con il suo socio, gli altri due, quelli rimasti indietro, aspettano fuori.
Kaede e Hiroki tornano un po’ indietro fino all’uscita verso il corridoio. Avvicinarsi di soppiatto è impossibile, non ci sono punti in ombra o anfratti dietro cui ripararsi. I due si guardano negli occhi, in un istante sanno tutto delle rispettive intenzioni. Kaede estrae le pistole, butta giù le sicure e sputa a terra. Fa un respiro profondo prima di andare. La suola dello stivale colpisce la porta con una forza tale da strapparla via dai cardini e gettarla in mezzo al corridoio. Kaede esce con le pistole spianate in una nuvola di schegge e detriti. Un uomo in preda al panico salta fuori da dietro una scrivania e cerca di fuggire, riesce a fare appena un paio di passi prima che una raffica di proiettili lo immobilizzi per sempre. Gli altri due più in fondo restano impassibili a osservare tutta la scena come statue sinistre. Hiroki arriva al suo fianco, il droide è ancora dentro. Lo sguardo di Kaede si posa sulle spade rituali dei guerrieri Mitsabo, per una frazione di secondo assaggia il brivido della paura, poi le mani si serrano sulle armi. Voleva un combattimento, ora ne ha uno «Mitsabo-shi gokenin. Sotsujinagara mononofuha aimitagai korosiainiha oyobazu».
Una delle figure inclina la testa di lato, alza la katana e gliela punta addosso «Hana wa sakuragi hito wa bushi.»
I due ninja scattano a destra e a sinistra, sono veloci e coperti per intero da un’armatura stealth. La luce si spezza sulle piastre ad alta rifrazione e crea sui corpi dei guerrieri Mitsabo uno strano gioco di particolari mancanti. Kaede spara, una grandine di proiettili investe i due ninja senza rallentarli. Hiroki estrae le lame e si e prepara a ricevere l’assalto. I guerrieri rituali corrono e saltano insieme, i potenziatori articolari li spingono in alto oltre le capacità umane, l’armatura stealth crea un puzzle confuso di parti del corpo e spazi vuoti. Ha tempo di sparare un ultimo colpo, poi arrivano. Due archi fluorescenti fendono l’aria con un sibilo, la vernice tracciante accresce l’effetto scenico delle katane. Kaede schiva a destra e subito protegge il fianco dall’affondo del ninja. La spada scivola sul carrello della pistola e apre un varco nella guardia del guerriero Mitsabo, Kaede ci infila dentro l’altra pistola e apre il fuoco a bruciapelo sul ninja. I proiettili penetrano, ma la risposta è brutale. Due pugni la colpiscono in pieno volto, il primo le arriva diretto sui denti e gliene fa saltare un paio in uno spruzzo di sangue e smalto. Il secondo la colpisce appena sopra l’occhio e la manda distesa a un paio di metri di distanza. Il ninja è già sopra di lei, fiotta sangue dalle ferite ma non sembra risentirne. La vista si appanna, Hiroki è lontano, avvinghiato al suo avversario in un duello mortale. La katana colpisce il suolo a pochi centimetri dalla sua faccia, si scansa per puro riflesso, rotola all’indietro, poi attacca. Il ninja pennella una nuova striscia arancione a vuoto, subito gira la spada per tornare indietro, ma Kaede gli si butta addosso. La lama le penetra a fondo nel braccio, recide pelle, legamenti e cavi metallici. Il dolore è terribile ma Kaede riesce a portare la pistola a pochi centimetri dalla maschera Oni del Mitsabo. Abbassa la mira sul collo, e svuota il caricatore. Il sangue del ninja schizza sul muro in quattro punti diversi, poi crolla al suolo. Kaede si gira appena in tempo per vedere una katana abbattersi dall’alto su Hiroki. Un grosso ciuffo di capelli si stacca dalla testa del compagno e rotea in aria, sembra tutto finito, ma non per lui. Con una torsione rabbiosa Hiroki avvicina il ninja e gli pianta una delle lame fra le giunture dell’armatura, poi sente il familiare rumore del meccanismo a molla che scatta. Il Mitsabo rincula a terra con l’arma di Hiroki che gli spunta per metà dalla schiena. I colpi ricevuti la fanno barcollare, un altro pugno del genere l’avrebbe messa ko. Ha la bocca piena di sangue e saliva, e quasi le va di traverso quando Hiroki si gira verso di lei. La katana Mitsabo è andata in profondità, a Hiroki manca una cospicua sezione di cranio poco sopra l’orecchio destro, la ferita aperta zampilla un liquido marroncino-trasparente su quella che sembra essere materia cerebrale. Non sta per niente bene. I connettori sottocutanei si aprono e pompano un mix di feroci droghe da combattimento nel corpo di Kaede. La vista si pulisce immediatamente, il dolore sparisce sostituito da una sensazione effervescente che le avvolge la faccia. Il droide è proprio dietro di lei, nemmeno se ne era accorta. Apre la pancia del robot e tira fuori l’esplosivo, Hiroki alla meno peggio è ancora in piedi, quelle anfetamine sono davvero miracolose. Individua quattro punti chiave e vi piazza l’esplosivo, il sistema meccanico si puntella al legno del portone e solleva le cariche in modo da accrescerne l’effetto distruttivo. Kaede prende Hiroki e lo trascina al riparo dietro la scrivania, poi aziona gli esplosivi.