Di sicuro non è abbastanza grande per coprirle entrambe, ma a nessuna delle due interessa quel particolare.
Automa si attacca al braccio dell’amica, insieme scendono a piedi il viale fino alla fermata del trenino 86; si fermano a lato della pensilina gremita di gente, vicino alla grafica unreal del videogame Fantasy Simulator Three.
Le luci dei banner pubblicitari riflesse nell’umidità del pomeriggio sembrano fondersi in un unico gigantesco arcobaleno. Vorrebbe tanto essere una di quelle luci: una piccola insignificante lucetta, confusa in mezzo a tutte le altre.
«Mi ha sputato in faccia.»
Catherine fa due passi indietro inorridita. «COSA?!»
Gli occhi s’inumidiscono di nuovo, ma stavolta trattiene le lacrime con tutta sé stessa. «Sono proprio una scema. Ha detto che gli piacevo, e io ci sono cascata. Pensavo volesse baciarmi… Che stupida che sono.»
Catherine, nonostante sia di poco più alta di lei, è così incazzata da sembrarle una gigante. «Maledetto bastardo! Ecco perché sapeva dov’eri.»
Per reazione, Automa si fa piccola piccola, anche più del solito. «Mi ha detto che sono un mostro. Ha fatto anche un cazzo di video.»
Catherine agita l’ombrello sopra i capelli corti come se avesse in mano una specie di spada, qualcuno alla fermata si gira a guardarle. «Questa volta ha passato il limite. Domani andiamo insieme dai professori e gli racconti tutto! E c’è anche il video che lo testimonia. Che coglione!»
Automa le fa segno di calmarsi con la mano. «Va bene, però mi bagni tutta così!»
Catherine fa una smorfia colpevole. «Ops… Scusa bimba!» fa un salto avanti e le butta le braccia intorno al collo; la stringe forte forte.
Automa resta con la faccia affondata nella spalla di Catherine fino all’arrivo del trenino. Un giorno tutta questa tortura finirà, deve solo trovare i soldi per gli upgrade estetici e capire come innestarli nel suo corpo; deve solo resistere ancora un po’. Nonostante gli sforzi qualche lacrima scende ancora e va a mescolarsi con la pioggia.
Prendono posto in uno spazio a quattro vuoto, si siedono l’una di fronte all’altra; le fitte di mal di testa continuano implacabili.
Per un paio di fermate restano in silenzio, poi Catherine infila la mano nel suo sacco e tira fuori una scatola di plastica nera. «Era in offerta. L’ho presa dal cestone delle cianfrusaglie al mercato Sendai. Non ho idea di cosa sia, però mi incuriosiva. » Catherine gliela piazza in mano. «Sai che roba è?»
Automa la rigira un paio di volte, le dita corrono sulle lettere impresse nella plastica e sulle fessure dell’oggetto. Schiaccia un tasto e un portellino si apre, guarda all’interno e la richiude; porta l’oggetto in alto e guarda attraverso uno spioncino, a quel punto capisce. «È una macchinetta fotografica istantanea. Un reboot cinese per nostalgici di vecchie tecnologie».
Gli occhi di Catherine brillano mentre la riprende. «Ho fatto un super affare! Secondo te funziona?»
Automa alza le spalle. «Servono delle lastrine apposta per la stampa. È super vecchia ‘sta roba. Non ha una memoria: quando la attivi, lei imprime sulla lastrina quello che stai inquadrando in quel momento. Senza le lastrine non funziona.»
Catherine torna di corsa a rovistare nel sacco, poi tira fuori un pacchettino di cartoncini. «Sono queste? Erano attaccate dietro.»
Automa ne prende uno. Le macchine che ha visto lei funzionavano con delle lastrine rigide, ma quei cartoncini sembrano fatti apposta; la grana della carta è particolare. Nota un taglio abbastanza grande sul fondo della macchina. «Prova a metterlo in quella fessura in basso.»
Catherine spinge dentro il cartoncino senza difficoltà, poi alza le sopracciglia perplessa «E adesso?»
Automa tira fuori il suo tablet. «Dammi un secondo.»
L’istante successivo compare la olo di un tizio che spiega in quattro passaggi come utilizzare una fotocamera simile a quella.
Catherine è raggiante. «È facilissimo! Sono i 7 crediti più ben spesi di tutta la mia vita!»
Automa si massaggia le tempie. «Le hai le batterie?»
«Che batterie?» Il sorriso di Catherine se ne va all’istante.
Il trenino svolta a sinistra e fa sbilanciare Automa di lato; si rimette dritta e prende la macchina in mano. «Qui ci devi mettere una batteria.» Sblocca lo sportellino di prima. «Non te l’hanno data?»
Catherine scuote la testa e sbatte un pugno sulla gamba per la delusione.
Automa raccoglie da terra lo zaino e già pensa a come impostare le linee del nuovo circuito elettrico. «Posso fare un collegamento, se vuoi. Però devo aprirla… »
Gli occhi di Catherine tornano a illuminarsi «Sai farla funzionare?»
«Beh, penso proprio di sì.» Automa si gongola un poco. «Rispetto a un innesto articolare questa tecnologia è davvero preistorica. Apro?»
Catherine si strofina le mani e le fa segno di procedere «Sei la migliore meccanica del mondo, vai!»
Le dita di Automa corrono veloci sull’involucro, in pochi secondi smonta il dispositivo, proprio mentre il trenino passa sotto la galleria a vetri che delimita la zona amministrativa delle corporazioni.
«Io non voglio fare la meccanica, voglio essere una trasformista come Jade Pack.»
Catherine torna a fissarla e resta un attimo a pensare. «L’attrice con la pelle glitterata?»
Automa fa una risatina. «No, quella è Barbara Handers.» Di ‘ste cose Catherine non ci capisce proprio nulla. «Jade è la modella che sembra un felino.»
Catherine fa spallucce e sbuffa. «Non la conosco. Però mi piace l’idea di un gatto!»
Automa ha già creato un ponte arricciando fra loro due fili e ora è passata a estrarre i contatti della batteria. «Sai, ho conosciuto un tizio su un forum nel Net. Mi sta insegnando un sacco di robe.»
Catherine resta un attimo stranita. «Che robe?»
Automa pondera bene le parole da dire. «Biomeccanica, riparazione hardware e ottimizzazione di programmi per innesti, robe così.» Ma anche rudimenti di chimica per crearsi le anestesie, e le preziose basi per l’auto-installazione dei componenti. Quello però non lo dice.
Tira fuori dallo zaino la sua mano artificiale, toglie il nucleo che dovrebbe alimentarla e lo collega ai contatti della macchina fotografica. «Vuoi provare?» Automa restituisce la macchina a Catherine. «È un po’ scomoda, ma dovrebbe funzionare. Attenta a non far saltare i collegamenti.»
Catherine fa molta attenzione, prende la fotocamera con la punta delle dita e la direziona verso il finestrino. «Vado?»
Catherine è riuscita a incuriosirla il tanto che basta per distrarla dallo sputo e da Matthew.
«Certo! Tienila ferma quando scatti, sennò viene male.»
Catherine inquadra qualcosa in strada e aziona la fotocamera. Il dispositivo fa un paio di ronzii, poi arriva l’inconfondibile Click.
La macchina fotografica fa un rumore diverso, un paio di secondi dopo sputa fuori il cartoncino; Automa si lancia a prenderlo prima che cada a terra.
Catherine cambia subito di posto e si siede accanto a lei. «Ehi, fa’ vedere!»
Automa gira la fotografia: la lastrina mostra una serie di palazzi sfocati e confusi con luci spalmate in lunghe scie orizzontali. Non un gran risultato.
Catherine avvicina la faccia alla foto. «Ti giuro che ero immobile.»
Automa prende un altro cartoncino e lo inserisce nella macchina. «Anche il soggetto deve essere fermo. Una volta si mettevano in posa prima di scattare.»
Porta la fotocamera all’altezza del viso, inquadra le scarpe di Catherine e scatta di nuovo. Catherine raccoglie il cartoncino e glielo mostra. Stavolta il risultato è molto meglio: l’immagine è nitida e ben illuminata.
Catherine guarda la foto con gli occhi sgranati, come se fosse la cosa più bella del mondo. «Ma che figata! Chissà com’erano veloci i fotografi di una volta. Cioè, anche fermi. Se però la cosa che vuoi fotografare è in movimento tu devi seguirla alla stessa velocità. Quindi devi essere veloce. Funziona così, o no?»