Si riparte. A distanza di oltre un anno dall’ultima pubblicazione, torniamo in scena esattamente come avevamo lasciato. Abbiamo chiuso con una recensione, riapriamo con una recensione. Il nuovo appuntamento letterario proviene… dall’orbita esterna!
Katy Blacksmith mi ha concesso di poter leggere il suo ultimo lavoro fantascientifico, e ora sono qui per recensirlo.
Ho detto “ultimo lavoro” perché questo è il secondo libro pubblicato dall’autrice sull’argomento; ma andiamo con ordine.
Il Razziatore è un romanzo a sé stante, ma allo stesso tempo è una continuazione di “Bestia di Pterr”, con alcuni personaggi che ritornano anche in questo secondo capitolo.
Avendo conosciuto Katy solo di recente non ho ancora avuto modo di leggere il primo, nonostante la lacuna, mi sono trovato benissimo fra le pagine di questa nuova opera fantascientifica.
Un po’ di trama quindi:
Ci troviamo a Mitila: una piccola colonia mineraria dispersa in un punto indefinito del cosmo, fra internodi commerciali e stazioni spaziali.
Questo piccolo e apparentemente insignificante pianeta, è diventato la casa di una comunità aliena ristretta, ma molto variegata (furliani, dadao, drioti…). Nonostante le evidenti differenze razziali, la popolazione è riuscita a trovare un equilibrio per una civile convivenza, anzi, forse anche qualcosa di più.
Per riflesso mi viene da fare un paragone con certe brutte scene che si vedono tutti i giorni sulla Terra; e forse sarebbe davvero meglio abitare lassù, fra le stelle.
Forse…
Forse, perché l’equilibrio di Mitila viene sconvolto dal tentativo di rapimento di alcuni membri della comunità. Nonostante il perfido piano venga sventato, le indagini conseguenti al fatto portano alla luce una nuova enorme oscurità con cui confrontarsi.
Katy ci racconta di un male subdolo e profondo, che trova spazio nella totale indifferenza in cui sono immersi i viaggiatori del cosmo.
Gli eroi avranno non poco da penare per riuscire a ricostruire il mosaico che ruota attorno a questo male, e ne avranno ancora di più in seguito, quando decideranno di affrontarlo.
Attraverso dei personaggi credibili e ben tratteggiati, l’autrice mette su carta diverse tematiche importanti quali: il razzismo, l’accettazione e il senso di comunità, l’amicizia, e l’indifferenza.
Ciascuno di questi temi è svolto in maniera approfondita, perfettamente integrato ai viaggi stellari che contraddistinguono l’intero libro.
I personaggi sono quasi tutti di natura aliena (anche se l’autrice propone qualche piccola sorpresa), e questo ci permette di avere un buon numero di dinamiche interessanti, che altrimenti sarebbe impossibile rappresentare. Oltre a ciò, trovano spazio diverse sfumature e modi d’interpretare la realtà.
La quantità di razze presenti è tale da farmi pensare alle classiche immagini dei film classici del genere, quali: Star Wars o Star Trek.
Un’ulteriore piccola perla di “Il Razziatore” riguarda invece la tecnologia: essa è al contempo semplice e davvero evocativa.
Pochi dettagli ben delineati, e pochi nomi da ricordare sono la base su cui si costruisce l’intero comparto tecnologico del romanzo.
Questo passaggio rende l’opera fruibile anche a un lettore occasionale che vuole provare una lettura “diversa”, insomma, non per forza un fanatico della fantascienza.
Leggendo il libro ho avuto l’impressione di fare un viaggio in luoghi lontani, eppure non così tanto da sembrarmi sconosciuti, alieni.
Ciò che cerco di dire è che: “Il Razziatore” ci porta lontanissimo dalla Terra, eppure profuma di casa per tanti piccoli aspetti.
Non si ha mai l’impressione di essere in un contesto completamente alieno, forse perché l’autrice pesca a piene mani dall’immaginario collettivo e preferisce concentrarsi sui rapporti fra personaggi e razze.
Sulla scrittura:
Katy Blacksmith mette su carta un’ottima interpretazione, con una tecnica basata sul narratore onnisciente in terza persona.
Questo escamotage ci permette di rimbalzare la lettura fra diversi personaggi, ingigantendo ancora di più la mastodontica ambientazione.
Lo stile è fluido, preciso, non va mai in difficoltà, neppure quando le scene sono molto dense di azione o pregne di concetti.
Lo spazio immaginato da Katy suona reale, convincente, grande e popoloso.
La scrittura è molto sicura, non si perde in lungaggini e non cerca di “portarci a spasso”. Mostra il giusto quando deve mostrarlo.
A proposito della scrittrice:
Avendo la fortuna di avere un canale con Katy Blacksmith, ho avuto modo di discorrere con lei riguardo a scrittura e editing. Anche per Katy la fase di editing si è rivelata fondamentale per la costruzione dell’opera: grazie alle segnalazioni dell’editor è riuscita a inquadrare al meglio i propri punti di forza e le proprie debolezze, permettendole così di sviluppare appieno i personaggi, e di tirare fuori tutto quello che aveva in testa ma che non era riuscita a trasferire su carta.
E allora la domanda sorge spontanea: quale è stata la parte più difficile da scrivere?
Katy Blacksmith non ha alcun dubbio in merito: il finale.
Sono rimasto sorpreso dalla risposta. Dopo aver tirato così tanti fili in giro per l’universo, è stato l’ultimo nodo quello a darle più fastidio. Secondo la sua personale autocritica tende a essere troppo sbrigativa, perciò ha dovuto fare un certo sforzo per chiudere la trama con i giusti spazi.
Posso dire che c’è riuscita.
La parte più facile sono stati invece i dialoghi, l’autrice vanta un rapporto molto empatico verso i propri personaggi.
Avendo ben chiari le motivazioni e le “spinte emotive” delle proprie creature, le è risultato molto semplice farle interagire fra loro.
Ho poi voluto fare una domanda speciale a Katy, diversa dal solito: pensi che ce la faremo?
Era una domanda generica, del tutto generica. L’ho formulata apposta così, di modo che l’autrice potesse declinarla all’argomento che preferiva, o che avesse in mente in quel momento.
La risposta che ne è venuta fuori è piuttosto articolata, perciò ve la ripropongo per intero in modo che possiate trarne il senso che più vi piace (un po’ come ha fatto Katy):
“La domanda è priva di senso, per me.
Metti che ci sia un panorama non tanto piatto, ma diciamo tranquillo.
Se uno legge tutti pensa che si starà a galla.
Poi arriva il giovinastro squinternato con le percezioni folli e scrive roba assurda e spaziale. Fino a un attimo prima nessun l’avrebbe sospettato, eppure eccolo lì. Originale, ipnotico.
Non si può proprio fare alcuna forma di previsione per quanto riguarda la creatività.
Per questo la domanda è priva di senso, per me.”
Dall’orbita esterna, per il momento questo è tutto. Lascio qui sotto il link per l’acquisto del libro, fatele una recensione, fatele sapere cosa ne pensate!!!