Vanessa si girò di schiena e allungò le braccia verso il soffitto stiracchiandosi qualche secondo, quindi fece un gesto con le mani ed un menù luminoso comparve a mezz’aria sopra di lei, selezionò con le dita la cartella della domotica domestica ed avviò il programma “buongiorno” della villa, intorno a sé una serie di device entrarono in funzione. Con lo stesso gesto appena fatto chiuse il menù che semplicemente sparì nel nulla com’era comparso e tornò a sprofondare nei cuscini del suo letto. Restò lì qualche minuto ancora con gli occhi chiusi a ripensare al sogno appena fatto, e di riflesso tornò a focalizzare il pensiero su quelle particolari braccia, apparentemente umane solo fino ad un paio di centimetri sotto i gomiti per poi diventare improvvisamente di metallo composito e circuiti come quelle di un AIM-4 qualsiasi, quello era stato il prezzo che aveva dovuto pagare per avere in cambio salva la vita.
Vanessa tuttavia possedeva una mentalità creativa e vincente che mal si adattava a dei pezzi di ricambio tanto banali e antiestetici, infatti qualche tempo dopo il trapianto si procurò anche grazie ad un patrimonio già notevole, i contatti del cyber-artista Kalimasu e lo assunse per dipingerle proprio come fosse un tatuaggio, un elaborato groviglio di linee in LumenWhite sulle parti sostituite. Aveva scelto proprio quel colore perché i riflessi bianco-perlati del LumenWhite contrastavano e si facevano esaltare dal color antracite scuro della carnagione di Vanessa, così quello che poteva essere visto come un grosso difetto estetico si era trasformato in una vera e propria concept-opera d’arte lineare che le persone guardavano con invidiosa ammirazione. Del resto era molto difficile guardare Vanessa in qualsiasi altro modo, era stata costruita seguendo i bozzetti guida del prof. Robert J. Tevere, lo stesso che aveva partecipato alla creazione della Porta degli Dei in Alexanderplatz; Vanessa aveva dei tratti somatici molto aggraziati e spiccatamente africani, un viso tondeggiante con labbra carnose e seducenti incorniciate da zigomi e guance ben delineate che le conferivano un’aria giovane ed innocente da ragazzetta appena ventenne, il naso era piccolo e leggermente schiacciato, mentre gli occhi, che Vanessa amava colorare di tonalità blu, verde o ambra erano grandi ed incredibilmente espressivi, incastonati come gemme preziose sotto una fronte larga e perfettamente liscia. Il suo corpo aveva ricevuto le stesse attenzioni, alta poco più di un metro e ottanta Vanessa era l’incrocio perfetto fra diversi canoni di bellezza classici e moderni che si combinavano fra loro in una sensualità raffinata ed esotica. Con queste caratteristiche, unite ad un carattere forte ed un’intelligenza brillante, Vanessa si era ben presto conquistata l’attenzione dei media e delle principali case di moda berlinesi divenendo in pochi anni una top-model a livello internazionale. Eppure, nonostante il suo background l’avesse letteralmente spinta fino ai vertici della società, il cammino era stato difficile e sofferto. Gli AIM-7 FullHuman vennero prodotti in duecento esemplari di prova, tra questi c’era anche Vanessa, assemblati nello stabilimento CY CORE di Baltimora vennero poi smistati in giro per il mondo al fine di capire meglio le loro possibilità di adattamento a diverse culture e climi. Gli AIM-7 sembravano essere destinati a rivoluzionare ogni concetto di robotica moderna, erano infatti creati con una fisionomia che li rendeva praticamente indistinguibili dagli esseri umani ad occhio nudo. Fra le dotazioni innovative spiccavano in particolare: un apparato sessuale attivo/reattivo, ed un simulatore di apparato digestivo che permetteva agli AIM-7 di ingurgitare piccole quantità di cibo o liquido, anche se questo non necessario al sostentamento del robot ricreava in lui un’esperienza gustativa molto definita e reale aumentando esponenzialmente gli input che il cyborg era in grado di analizzare.
Come per tutti i modelli successivi agli AIM-3 che durante gli anni delle “guerre civilizzate” si erano rivelati facilmente hackerabili e al contempo talmente resistenti da costringere il mondo a riunirsi in assemblea per creare una convenzione chiamata “Primo Protocollo sulla Robotica” anche gli AIM-7 prevedevano l’installazione di una particolare scheda non rimovibile chiamata PainBoard, con questo inserimento i robot sarebbero diventati molto più facili da gestire, soprattutto in caso di azioni violente.
La CY CORE memore di quanto accaduto all’epoca, per le sue creazioni successive aveva dato grossa importanza al sistema software di difesa, nello specifico il sistema cerebrale del prototipo 7 FullHuman risultava estremamente difficile da bucare, inoltre aveva preparato appositamente per questo modello un nuovissimo sistema operativo ad albero d’incognite denominato Yggdrasill, questo programma tramite un pacchetto d’informazioni base molto ridotto permetteva attraverso un mix di sensazioni, reazioni ed esperienze lo sviluppo di un tronco caratteriale molto solido da cui poi si generavano in sequenza una serie di ramificazioni subordinate che si traducevano in milioni di possibili sfumature caratteriali, generando così in ogni singola unità una diversità che andava a replicare quasi totalmente quella presente in natura. Tutta questa prodigiosa nanotecnologia era tenuta al guinzaglio da una PainBoard di ultimissima generazione con oltre 18000 sensori reattivi sia interni che esterni, e fu proprio a causa di queste Painboards che si compì il dramma degli AIM-7.
Come previsto dal Primo Protocollo sulla Robotica, le Painboards venivano inserite come dispositivo di sicurezza per limitare le capacità offensivo/difensive dei cyborg che risultavano per ovvie ragioni di gran lunga superiori a quelle umane. In sostanza queste schede venivano tarate sulla soglia di dolore di un umano medio, e ricreavano nel portatore una sensazione illusoria del tutto simile ad esso, in questo modo un’androide avrebbe anche potuto sfondare un muro con un pugno, ma avrebbe generato in cambio un contraccolpo elettrico di uguale intensità a come se lo avesse fatto un’umano qualsiasi. Creava inoltre nell’area della testa e del cuore, delle zone di alta vulnerabilità che, se colpite con la giusta violenza, avrebbero mandato in shutdown semi-irreversibile il robot, grazie a queste schede ora non era più necessario danneggiare fisicamente i circuiti fondamentali del cyborg nascosti chissà dove nel suo corpo, ma lo si poteva semplicemente colpire nei punti giusti ed ottenere lo stesso effetto.
All’inizio i 200 prototipi di AIM-7 rilasciati funzionarono perfettamente integrandosi nella società senza troppi problemi, il loro sistema sembrava ottimale e a nessuno venne in mente di scansionarli all’interno.
Purtroppo a causa di una serie di errori strutturali e dimensionali le CPU per il movimento articolare dei robot erano state dislocate troppo vicine fra loro, questa vicinanza generò una serie di surriscaldamenti non rilevati che, in una disastrosa reazione a catena, andarono ad intaccare i connettori di trasporto del liquido di raffreddamento, dopo circa un anno di stress termici questi collegamenti cedettero causando lo sversamento del liquido sui chip esposti che entrarono immediatamente in corto circuito danneggiando l’hardware degli AIM-7, a quel punto le Painboards captando i malfunzionamenti fecero il resto.
I più fortunati vennero mandati in shutdown dopo poche ore di agonia, ma per la maggior parte di loro il dramma durò giorni interi senza che le squadre di pronto intervento della CY CORE riuscissero ad arginare il problema.
Il progetto infatti era sbagliato già dal punto di vista architetturale e non vi era una procedura d’emergenza che consentisse di correggerlo nell’immediato, a questo si aggiunse il fatto che i team inviati dalla casa madre non erano addestrati ad intervenire su questo nuovo modello ancora in fase di sperimentazione, il che generò ulteriore confusione. Nel giro di una manciata di giorni gli AIM-7 lasciarono il mondo fra le atroci sofferenze inflitte dalle Painboards impazzite, il tutto davanti agli occhi esterrefatti dell’opinione pubblica mondiale, a questo primo dramma si aggiunse quello del comparto tecnico CY CORE che ad un certo punto a causa dei cortocircuiti che spesso impedivano agli AIM-7 di entrare in modalità manutenzione si trovò costretto a terminare delle creature che piangevano disperate come umani in carne ed ossa.
Solo un’unità su 200 riuscì a salvarsi da quella triste fine, giusto per una serie di fortunate coincidenze, era colei che in futuro avrebbe preso il nome di Dark Queen ma che al tempo era conosciuta semplicemente con il nome di Vanessa.