S01E05 – LATI OSCURI

Lasciato lo studio Catherine tornò ad immergersi nel tagsüber Wohngebiet A-38 (il quartiere residenziale diurno A-38) sprofondato nel sonno. I blocchi abitativi si rincorrevano cercando di assomigliarsi il più possibile, stessi materiali, strutture simili nelle dimensioni e nelle finiture, progettati in serie per contenere le centinaia di famiglie operaie destinate ai turni diurni nelle fabbriche delle vicine zone industriali, guardando in alto notò alcune finestre sparse ancora illuminate, qualcuno stava facendo tardi lassù. La temperatura si era abbassata ulteriormente, e ora sfiorava lo zero, respirò profondamente, e l’aria fredda le riempì i polmoni, i vicoletti bui dove si trovava lo studio segreto di Automa avevano fatto spazio a più serene vie pedonali ben illuminate e curate, segno che si stava avvicinando alla sua destinazione. Mentre la lunga passeggiata notturna proseguiva Catherine si trovò suo malgrado a riflettere: si era sempre chiesta cosa ci trovasse Automa in Karl, e non era mai riuscita a darsi una vera risposta, non la cercava certo in quel momento, ma ora che tutti dormivano e nessuno le stava vicino, un senso di vuoto e di tremenda solitudine iniziò a strisciarle dentro, una cosa che non apparteneva al mondo dell’amica. Era lei l’unica attrice su quel palcoscenico desolante e silenzioso, le sembrò che la città intera fosse in attesa, pronta a mangiarsela viva alla prima occasione, ma la verità è che era lei stessa ad essere pronta a farlo. Le venne in mente il suo ex, era strano come in quei momenti il cervello andasse di default a recuperare vecchie storie e le sagomasse rendendole quasi piacevoli e nostalgiche. Non era così, quell’uomo era un pezzo di merda tanto egocentrico quanto codardo, e lei lo sapeva benissimo, ma ora quel malato disallineamento mentale le faceva pensare che l’avrebbe voluto con lei, anche solo per qualche istante. Catherine si fermò davanti ad una vetrina spenta, fece qualche passo avanti e indietro, come se cercasse di mettere a fuoco il proprio riflesso, poi una volta trovata la posizione giusta iniziò a squadrarsi da capo a piedi. Vide una ragazza come tante, di media statura, dal fisico esile e un seno modesto, di certo non un’icona di bellezza plastica, ma piuttosto una di quelle ragazze per cui gli uomini possono perdere la testa senza saperne esattamente la ragione, com’era accaduto con Martin per esempio, ed era finita nel peggiore dei modi.  Catherine si sentiva così disillusa e stanca da tutte le precedenti relazioni da trovare difficile anche solo immaginare qualcosa di diverso da storie prive di logica, o sapide peggio dell’acqua distillata, e non che fosse sempre colpa degli altri, anzi, era capitato più di una volta che il problema fosse lei, lo sentiva benissimo. Con muta rassegnazione aveva osservato il mondo delle diaboliche apparenze, che tanto le dava il voltastomaco, progredire nella sua folle corsa in avanti senza neppure degnarla di uno sguardo, mentre lei semplicemente ne restava tagliata fuori, incapace di rimettersi in gioco, sospesa da qualche parte fra il dove e il perché. In quel riflesso sentì tutto il gigantesco peso di essere semplicemente sé stessa. Le era fin troppo chiaro che nel mondo delle immagini e delle modificazioni fisiche il problema non fosse nel suo aspetto esteriore, ma piuttosto si nascondesse dentro di lei. E ora che la paura di non riuscire a trovare qualcuno di davvero speciale pesava tanto quanto la paura di non essere abbastanza per essere considerata speciale da qualcuno, si sentiva così piccola e smarrita da pensare di non essere più in grado di ritrovare la strada verso una qualche forma di sociale interesse. Scosse la testa e sorrise amaramente, la verità è che avrebbe tanto voluto sdraiarsi da qualche parte e assecondare quei brutti pensieri, lasciarsi coccolare e distruggere lentamente, ad occhi chiusi. Si ripromise di farlo non appena avesse avuto un po’ di tempo da dedicarsi. Ormai era quasi arrivata alla stazione dell’ hyper-rail, un paio di parallele più avanti la strada principale brulicava di vita, si poteva già sentire il brusio della folla e delle macchine elettriche che si muovevano lungo la via, al termine di questa un treno supersonico l’avrebbe portata dall’altra parte della città, al suo appuntamento. Passò quindi a riattivare i suoi device: il CyBrain, il guanto ed infine l’orologio. Aveva gli occhi che le bruciavano a causa di quella riflessione così cruda e spietata, ma si sforzò di restare calma, attese all’angolo che il chip neurale si sintonizzasse sulla sua attività cerebrale, poi una voce parlò sopra i suoi pensieri
“funzionalità emotive instabili o compromesse, richiesta autorizzazione per intervenire”. Catherine con un sospiro concesse l’autorizzazione e lasciò che il CyBrain ricombinasse per lei i fili dei tessuti emozionali, sentì un leggero formicolio in testa, e nel giro di pochi secondi tutti i suoi abissi emotivi sparirono nel nulla, sciolti dalle stimolazioni elettriche di quel meraviglioso congegno. Era di nuovo fredda e lucida quanto un fantasma, completamente concentrata sulla sua missione e pronta a gettarsi nella calca a testa alta, per prendere finalmente quel maledetto treno.
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