S04E06 WHITE OUT

Una doccia: suona come un sogno a occhi aperti. Catherine smette di cercare nelle scatole e si precipita nel punto indicato da Karl. Apre la porta e tasta sul cemento alla ricerca di un interruttore, non lo trova, poi si ricorda di aver visto un pannello generale scendendo le scale, quasi in fondo. Torna al pianerottolo, passa in rassegna le etichette luminose finché non trova quella con la scritta “bagno” e alza la levetta corrispondente. Deve sforzarsi di modulare il respiro per contenere il tremore. La luce s’accende, seguita da un misto di rumori di elettrodomestici in fase di avvio.

Karl entra nel bagno, e poco dopo arriva il familiare rumore di acqua che scroscio dallo spruzzino «Guarda qua! Doccia calda, e pure servizio lavanderia. Ci si potrebbe vivere per mesi qua sotto.»
Catherine tira un sospiro di sollievo. Scende i gradini con un salto e va fino alla pila di scatoloni contenenti gli indumenti corporativi. Senza pensarci troppo, ne tira fuori uno con la scritta “kit unisex” e il logo a bande della Ewax impresso sul lato, lo apre. All’interno trova una decina di grosse buste in plastica argentata, ispeziona le taglie stampate sul fronte dei sacchi finché non ne trova una della sua misura. Rapida strappa la linguetta in silicone, rovescia il contenuto e lo controlla. C’è tutto quello che le serve: la biancheria intima, una maglietta verde oliva, un paio di pantaloni pesanti color grigio scuro e infine una giacchetta termica con la zip. Porta la roba in bagno insieme a un buon numero di stracci per asciugarsi. Karl la osserva andare avanti e indietro con uno sguardo preoccupato «Hai le labbra viola Catty, non stai bene. Vai a scaldarti.»
Catherine sforza una risatina «… E puzzo peggio della discarica Shelter.» fa per entrare, poi si gira di nuovo verso Karl «Il ragazzo di prima deve raggiungerci qui, si chiama Bodian. È collegato a Tsubo per questioni di affari, credo. Non chiedermi altro.»
«Baah!» il braccio meccanico di Karl schizza in alto come a scacciare una mosca invisibile «È da quando vi conosco che ho imparato a tenere le domande per me» guarda storto verso Automa, ancora riversa sul divano «Lo aspetto io. Muoviti!»
Catherine annuisce e chiude la porta.
Le docce non sono altro che una fila di soffioni sporgenti dal cemento, con un telo plastico semitrasparente a coprire il tutto. Davvero un sogno a occhi aperti.
Più che un bagno l’ambiente ricorda una specie di crossover fra uno spogliatoio e una lavanderia. Ci sono parecchi cesti di indumenti sporchi, lavatrici, e panche per sedersi. Catherine riapre l’acqua della doccia, sfila il guanto e svuota le tasche nella busta di plastica argentata, poi va allo specchio.
Le labbra sono addirittura più viola di quel che pensava, le autoassorbenti di Automa devono aver accelerato il fenomeno. I capelli invece incollati in un’unica disgustosa massa informe e oleosa che le scende lungo il collo. Ha un brivido.
Si ferma un secondo a pensare a Igor Wójcik, 62 anni, giustiziato a sangue freddo davanti alla folla in attesa, un martirio per dare il segnale a tutti gli altri. Il CyBrain riporta a galla i ricordi in alta definizione, nitidi e crudeli. Stacca il pensiero, ma le immagini restano lì a fluttuare davanti ai suoi occhi. Cerca di mandarle via con le mani, ma non se ne vanno. L’acqua s’infrange sul cemento grezzo, il vapore riempie gli spazi, si appoggia al lavandino e respira a fondo per tranquillizzarsi. Lotta nel subconscio per reprimere quelle riproduzioni intrise di morte, poi alza gli occhi e torna a guardarsi allo specchio. Non è più lei, quasi non si riconosce. D’istinto le mani vanno sulle plick di Automa, le prende fra le dita e massaggia forte per spezzare i legami plastici, come le ha insegnato l’amica. Prima le labbra, poi guance e sopracciglia. Si pulisce, si snellisce. Cerca di tornare Catherine, di allontanarsi dalle infiltrazioni del CyBrain, dalle maschere. Tutto è una grande maschera, ma non quello impresso in alta definizione nel device neurale, quello è fin troppo reale. Catherine si guarda ancora. Ora va meglio. Gli occhi scuri ritrovano le coordinate delle sue leggere asimmetrie, dei suoi piccoli difetti. È di nuovo lei, senza le maschere.
Inizia a spogliarsi.
Sfila felpa e maglietta insieme e le getta a terra, quelle ormai sono irrecuperabili. Quasi senza pensarci con l’unghia del pollice tocca il sottile solco della cicatrice che dall’ombelico le sale lungo il fianco, su fino alla prima costola. Accarezza gli spessi strati di pelle rimarginata avanti e indietro, sono passati anni da quel taglio, ma ancora capita che ogni tanto la ferita le causi prurito.
La luce va e viene un paio di volte, poi torna stabile. Catherine siede su una panca e toglie scarpe e calzini, con calma serafica passa a staccare i pantaloni dalle gambe. La melassa ha già preso a seccarsi e ora se li tiene ben incollati alla carne. Libera tutto quello che riesce, poi se li leva.
Nonostante siano imbrattate di sporcizia, ritrova le sue gambe. Sono le stesse di sempre, magre e lisce come al solito. Il chip neurale si è rimangiato tutte le sue chimere, le ha sciolte nella confusione dei suoi pensieri. Di quella forza prepotente che sentiva prima non è rimasta traccia.
Toglie l’intimo e lo appende a un gancetto, afferra un flacone di sapone industriale e se lo porta sotto il getto caldo.
A contatto con l’acqua trasale, per un paio di volte lo shock termico la ributta indietro. Lascia andare un gemito mentre regola la temperatura sul display, poi si butta sotto. Sente gli arti scaldarsi, li sente come fossero pieni di formiche impazzite. Gode di quella sensazione di tepore.
Comincia dai capelli, a ciocche rimuove le extension incrostate di fango, per due volte insapona e risciacqua, per sicurezza decide di fare una terza passata. Con la stessa cura pulisce il collo, le spalle e la schiena. Si aiuta con uno straccio per rimuovere le macchie più spesse. Strofina forte le gambe, risciacqua e fa un altro giro di sapone completo. Potrebbe morirci lì sotto per quanto si sente sfinita. Chiude gli occhi e si lascia coccolare dell’abbraccio della doccia. Devono solo tornare in città senza farsi prendere o restarci secchi. Nient’altro.
Un colpo alla porta la costringe a tornare alla realtà.

«Ma che cazzo Catty! vuoi darti una mossa? Mi sto pisciando addosso!» Riapre gli occhi con uno sbuffo di fastidio. La pace è già finita, Automa è tornata online.

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