S04E05 TAPPA FORZATA

Hardware Ostile Neutralizzato
C’è una sfumatura d’ironia nel pop-up del CyBrain. Il corpo principale della Libellula schianta al suolo privo di vita. Frammenti incandescenti di composito bersagliano la grata, seguiti da sottili volute di fumo bianco. Catherine sobbalza e sfarfalla con gli occhi nel tentativo di liberarli dalla nebbia post-traumatica del flash. Il CyBrain apporta correzioni, le pupille tornano della giusta dimensione, la vista si pulisce.
 La fanghiglia è tanto gelida quanto viscida, subito penetra sotto i vestiti e lambisce la pelle di Catherine. Fortuna che il drone non era in verticale sopra di loro, o li avrebbe travolti entrambi. La testa pulsa, cerca di alzarsi, con il solo effetto di scivolare ancora e sprofondare un po’ di più. Karl le allunga il braccio artificiale e la tira fuori di peso, rigagnoli scuri di materiale decomposto le corrono giù per il collo e lungo la schiena.
«Tecnica di mimetizzazione?» Karl se la ride.
«Che Diavolo era?» prova a cercare con lo sguardo i resti della Libellula, più in alto, lungo l’argine.
«Non lo so. Qualcuno ha tirato fuori l’arsenale. Dobbiamo allontanarci. Ce la fai?»
Si tocca la testa, dietro l’orecchio destro la botta ha già iniziato a gonfiarsi, il CyBrain comunque tiene ammortizzato il dolore a un livello più che sopportabile.
«Sto bene. Voglio solo togliermi questo schifo di dosso. Andiamo.»
La scaletta è ancora evidenziata in giallo brillante, solo che ora ad accompagnarla c’è la scritta “checkpoint” in sovrimpressione traslucida.
I ratti si sono dileguati tutti, di sicuro spaventati dal fracasso della Libellula che rovinava al suolo.
Catherine s’aggrappa alla scaletta e sale per prima, i pioli non sono altro che ferri arrugginiti che salgono a picco nel cemento plastico. Alcuni sono così piegati e mal ridotti da non poter essere utilizzati.
Afferra Automa da sotto le spalle e aiuta Karl a issarla oltre il parapetto. La ragazzina mugugna, piccole contrazioni involontarie le fanno serrare le dita sulle braccia di Catherine. Continui spasmi muscolari dettati dall’astinenza, accresciuti dall’improvviso calo di additivi sciolti nel sangue. Per un attimo trattiene la mano dell’amica nella sua, le palpitazioni continuano a ritmo regolare, Automa stringe le dita sui suoi palmi, poi le apre, poi ancora stringe e apre, poi ancora e ancora. Ricorda una macchina di trasmissione oberata da troppi impulsi, una piccola centrale elettrica in corto circuito, costretta a scaricare energia per non detonare.
«E adesso, che si fa?» Karl emerge dalla grata non senza difficoltà.
Il totem LEROTIKA è sopra di loro, rapida si guarda attorno e trova la cabina indicata da Bodian. Un buon numero di persone esce da un gruppo di baracche in fiamme e si getta in una fuga disperata fra il fumo e i gas lacrimogeni, in lontananza rumore di esplosioni e grida.
Cerca i resti della Libellula, il CyBrain ci mette un frame a localizzare la sagoma del drone schiantata fra i cespugli. Che diavolo l’ha perforata in quel modo? È sicura di aver visto il proiettile trapassarla e uscire dall’altra parte, un attimo prima del lampo blu. Apre il coperchio e infila la chiavetta nel lettore, la serratura scatta.
Con un unico movimento punta i piedi a terra, afferra la porta e la spinge di lato «Qua dentro Karl! Siamo arrivati.»
Prima che la porta possa arrivare al fine corsa Catherine inverte il movimento e inizia a richiudere, Karl si butta dentro con Automa in braccio, poi è il suo turno, il sistema blocca la serratura alle loro spalle.
 All’interno della cabina sottili e polverosi raggi di luce filtrano dalle crepe sulla lamiera.
«Non si vede un accidente» Karl rallenta il passo fino quasi a fermarsi.
Catherine gli passa davanti, i suoi occhi ci mettono poco ad abituarsi all’oscurità. Il passaggio è uno stretto corridoio centrale fra pareti di robaccia scura accatastata alla rinfusa. Non le interessa sapere che roba sia, non la guarda neppure e punta dritta ai pannelli in fondo. Nella cabina c’è ‘puzzo di piscio di topo e polvere, ma anche quello dello schifo in cui è caduta non scherza. Ora che è al chiuso si sente molto di più. Fa una smorfia e si costringe a concentrarsi su altro per evitare conati.
Tre passi a sinistra, piazza un dito sul primo terminale e inizia a contare: uno, due, tre, quattro, eccolo. Per il freddo la mano trema un poco, veloce Catherine striscia le dita sul lato della scatola, va giù fino in fondo, poi torna su fino a trovare le fessure del portellino. Apre il gancetto, sfila la batteria dal vano e la inserisce nella clip frontale del terminale. Un Pad numerico arancione s’accende all’interno del quadro elettrico.
Catherine inserisce il codice, con calma e senza sbagliare, lo ricontrolla e preme il tasto “Enter”.
Qualcosa scatta sotto i suoi piedi, un meccanismo, forse una serratura. Si butta in ginocchio e comincia a cercare fra la polvere. Al primo tentativo non trova nulla, tossisce e torna a tastare il pavimento. Stavolta allarga la zona coperta, finché infila il guanto in una specie di scanso «Trovato! Karl aiutami a sollevarla.»
Alzano il coperchio, da sotto lampeggia qualcosa, poi si accende una luce gialla che illumina una rampa di scale. Catherine lascia andare avanti Karl, lei stacca la batteria dal quadro e la rimette a posto prima di scendere. Fa tre o quattro gradini in basso, poi afferra il portello e se lo trascina dietro, i pistoncini idraulici gemono sotto il peso del coperchio.
 Catherine scende adagio e ispeziona l’ambiente. È una sorta di deposito, forse qualcosa di più simile al covo di una gang. C’è parecchia tecnologia lì dentro, grosse mazzette di cavi scendono dal soffitto e finiscono in postazioni di navigazione Net. Ne conta almeno quattro, disperse fra varia attrezzatura, un divano vecchio, e un sacco di roba non identificata coperta da teli plastici.
«È un cazzo di magazzino clandestino. Se ci trovano qua dentro siamo morti Catty.» Karl abbandona Automa sul divano, e azzarda un timido giro di perlustrazione
Catherine non risponde subito, contrae i muscoli della mascella per non battere i denti, è frigido li sotto, e lei ha un disperato bisogno di asciugarsi e pulirsi.
«Tranquillo, appena la situazione si calma torniamo in città. Aiutami a cercare qualcosa per asciugarmi.»
Sotto i teli tutto il materiale è stivato per settori: dalle scatolette di cibo Thai, ai più disparati kit di materiale sanitario, passando per un considerevole numero di fusti di Hexazine, blister di munizioni, e infine scatoloni interi di vestiario tattico-militare corporativo.
Karl le viene incontro a mani vuote «Solo maledetta cianfrusaglia trafugata chissà dove. Però c’è un bagno da quella parte» Karl indica una porta con un cenno della testa «Mi sembra di aver visto delle docce, magari funzionano.»
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