Son le due e cinquantadue d’una calda notte di Marte.
«Un cerusico presto! O il Santo vescovo accorra a salvarci!» il grido sgraziato di una vecchia randagia squarcia la quiete della notte. La piazza del Santo Patrono sembra voler sussultare in risposta, ma dalla pietra non esce suono.
La vecchia insiste, si strappa ciocche di capelli arruffati, ha rami secchi di quercia nodosa al posto delle dita «Che venga un Dio ora a salvarci. Se ancora ne esiste uno!»
Parole nel vento che sbattono come titanici pugni sulle bronzee porte della basilica romana.
Sta proprio lì, al centro di piazza San Zeno a piangere con occhi stravolti, urla di disperazione che provano a svegliare la notte, a rompere la coltre di silenzio.
Nessuno che riesca a sentirla, né per strada, né alle finestre o sulla sommità del campanile, o in qualunque altro posto si guardi. Nessuno riesce a sentirla. Ma lei non demorde, troppa la disperazione, finché con tutto il suo urlare e tutto quel piangere, strappa alla notte il Sognatore.
Irrompe nella piazza il giovane su cristalline ali magiche, dall’ombra d’una via laterale arriva, e subito s’accinge alla vecchia randagia «Dunque? Chi s’avversa a notte e riposo?»
«Io! Io l’ho fatto nel mio disperare, io buon uomo!»
«Dipende… » un guizzo di sorriso sotto un baffo appuntito colora il volto del Sognatore
«Dobbiamo cercare aiuto! Subito! Che il Santo Patrono si levi ora, a difendere la sua creatura dal male.» la vecchia non smette di piangere.
«Quale? Qual creatura può meritare l’attenzione d’un santo defunto?»
«La più bella e la più cara. Verona! Tu sei un santo per caso?»
Il Sognatore scuote la testa affranto «Neanche l’ombra milady. Sono qui di passaggio.»
«Allora aiutami a cercarlo ti prego! Non voglio che accada, non deve succedere.»
Il Sognatore tira da una pipa immaginaria e crea una densa nuvola di fumo argento «Accadere cosa? La notte è placida e tranquilla come mai lo è stata, o almeno lo era finché non è arrivata lei.»
«Ho veduto Verona tirare il suo ultimo respiro, e lasciarsi morire.» la vecchia randagia si fa più cupa del silenzio che ancora persiste intorno a loro.
Il Sognatore ridacchia divertito «Signora mia, anzi, signora e basta. Verona non può morire, le città non muoiono. Perciò mi dica…» il Sognatore inumidisce le labbra «Cos’ha visto davvero?»
La vecchia randagia prende tempo, riassetta in fretta e furia pensieri e singhiozzi. È ancora più bassa, ancora più torva e sdentata, finalmente comincia «Io sono sempre stata qui. Fin da che io ricordi, e la memoria ancora ce l’ho buona. Mai avevo veduto nulla del genere» il Sognatore tira ancora dalla pipa immaginaria, poi la passa alla vecchia. L’argento dalla bocca di lei non si spande nell’aria, piuttosto forma una sfera densa che fluttua a mezz’altezza, il Sognatore osserva la bolla divertito.
«Venivo giù da Castelvecchio, per le Regaste verso in qua. E la notte puzzava di fetido e zolfo, se ti concentri puoi sentirlo ancora…»
Il Sognatore inspira l’oscurità a pieni polmoni, è proprio come dice la vecchia.
«E poi d’un tratto mi son accorta d’esser sola. Non come sempre, io sono sempre sola. Ma stavolta era diverso, mi sembrava d’esser l’ultima al mondo.»
«Sembra interessante… »
«No, è il meno! A quel punto sento una voce dolce e gentile provenir dal basso, pare dall’Adige, ma sembra ancora più giù. E la voce mi chiama per nome. »
Il Sognatore si guarda attorno. La notte sta diventando troppo densa perfino per lui, sembra sgorgare dalle crêpe sui muri, dalla neritudine delle finestre vuote.
«Ho seguito la voce fin sull’argine e quando ho guardato di sotto… » la voce della vecchia è fredda, a tratti distante «C’era una fanciulla in piedi sulle acque dell’Adige, bella come un angelo, forse ancor di più. L’ho riconosciuta subito, era proprio Madonna Verona a chiamarmi per nome.» la vecchia si copre gli occhi con le mani tremule per la paura «E poi mentre cercavo un modo per arrivar fino alla riva, due artigli sono usciti dalle acque e l’han presa per le caviglie. Artigli mostruosi, mani di demone, han cominciato a tirarla a fondo nell’Adige. Lei ha provato a resistere, a sfuggire alla presa. Ma nuove più oscure mani sono uscite dall’acqua, e si sono aggiunte alle prime per finire il lavoro.»
Il Sognatore ha un brivido, eppure la notte è così calda che ricorda a tratti l’Inferno «E l’hanno finito? Il lavoro intendo.»
«Eccome se l’hanno finito. Madonna Verona è sparita fra i flutti e i gorghi dell’Adige. E l’acqua s’è colorata di rosso, che pareva più sangue che acqua. Un ultima volta m’ha chiamata, e io son corsa via, sperando di svegliarmi dall’incubo.»
Il Sognatore scuote la testa affranto «Temo non sia un incubo signora, è solo arrivato il tempo.»
La vecchia guarda il Sognatore stranita «Il tempo?»
«Certo il tempo. Non è mai in ritardo e arriva sempre, per tutti.»
La vecchia sbanca «Son morta buon uomo?»
Il Sognatore fa spallucce «Forse lei, Forse nessuno o tutto il resto. Non sono io a deciderlo. Anzi, è tempo di tornare anche per me.»
«Tornare dove? Non mi abbandoni la prego!» la randagia dispera.
«Si è fatto tardi, non lo vede?» il Sognatore sbiadisce fino a sparire, nella mano della randagia appare un grosso orologio a cipolla. Lo apre. Segna le tre e cinque minuti, la randagia ha uno spasmo, nessun campanile in tutta Verona si è dato pena di battere le 3.