SPECIALE: Halloween2021

Per Halloween ciò che ho voluto proporre è un raccontino breve auto conclusivo molto diverso dal solito, qualcosa che ci porta lontani dalla cara e vecchia SponsorCity per raggiungere la misteriosa Altrove.
Buon Halloween a tutti!
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Come cazzo sono arrivato fin qui non lo so, dovrei sforzarmi e cercare di ricordare, ma la verità è che non ne ho voglia. No, dico davvero ragazzi, non mi interessa sapere le cause o i colpevoli, m’interessa semplicemente andarmene via da questo posto del cazzo. Mi guardo intorno ma non riconosco niente, niente di niente, c’è solo asfalto, buio, fredda nebbia e soprattutto silenzio. Da quando c’è tutto questo silenzio? È un dettaglio a cui non avevo fatto caso, immerso nei pensieri e nell’ansia per quanto tempo ho vagato nel totale silenzio? Dev’essere arrivato strisciando lentamente come fanno quelle larve che infestano i frutti e che poi inevitabilmente finiscono per farli marcire, sicuramente è andata così, si è mosso di soppiatto, e poi si è mangiato tutto.
Non è solo silenzio, questo è dannato silenzio, di quelli che freddano l’anima e spezzano le ossa anche ai più coraggiosi, perfetto per alimentare fantasie malate e mostri interiori.
Ok lo ammetto, tutta questa situazione sta freddando anche la mia di anima, forse è il caso di uscire da questa follia, velocemente anche. Riprendo a camminare sotto una fila di fiochi lampioni, senza una meta visto che non so neanche da dove sono partito, vado dritto seguendo un marciapiede lurido, coperto di fogli di giornale spiegazzati dall’umidità, e di altre schifezze che mi scuserete se non ho il coraggio di mettermi ad identificare. Ad un certo punto vedo qualcosa di strano più avanti, sembra una specie di sacco nero che sta proprio in centro al marciapiede, si lo so che sto camminando con gli occhi puntati al suolo, ma tanto è inutile cercare di trovare punti di riferimento, e poi meno vedo e meglio sto.
Bene, c’è quel sacco laggiù e ci sono io, il motivo per il quale mi sono fermato ad osservarlo da così distante veramente non lo so, suppongo m’inquieti, e invece dovrei essere felice, è almeno qualcosa che mi può far capire che non sto girando in tondo. Vado avanti ancora un po’, ma con molta meno spinta di prima, mi sembra quasi di sentire le gambe pesanti e stanche, poi però sono costretto a fermarmi di nuovo.
Quel coso emette un bagliore giuro, come un cazzo di faro piccolo e verde. Lo so che i sacchi non fanno luce, eppure cazzo lo sto guardando con i miei occhi, c’è un punto lì in mezzo al nero da cui esce veramente luce. Faccio qualche altro passo avanti ancora più lentamente, ancora più faticosamente, non riesco a staccare gli occhi da quella cosa lì a terra, ne sono come assorbito.
Di colpo mi paralizzo, non faccio neanche un passo indietro, come i miei occhi catturano la figura nella totalità dei suoi contorni sprofondo in acqua gelida e poi riemergo, non riesco a staccare lo sguardo da quell’orrore anche se lo vorrei con tutto il cuore , ne sono molto più che assorbito, in qualche modo perverso ne sono attirato.
Finalmente capisco, è un gatto, e quel luccichio di prima era il suo occhio aperto che rifletteva qualcosa, deve essere stato schiacciato per forza, ha tutta la parte dietro completamente appiattita, mentre quella davanti è gonfia come un pallone da basket.
Poi arriva la puzza, e quella è davvero terribile; è un misto di odori forti che offendono il naso: si sente perfettamente il ferro caldo, poi l’umidità, e in fondo una punta di malsana acidità. È l’odore del sangue selvatico che si spande sull’asfalto,di morte fresca, di viscere spremute come arance mature, e non riesco a non pensare che quel tanfo disgustoso ora è nei miei polmoni, in qualche modo è diventato parte di me. È solo un conato di vomito a farmi riprendere, a riportarmi al pensiero lucido, lo trattengo a stento e trovo la mia mano tutta protesa in avanti, come volesse afferrare quel piccolo musetto deforme e sanguinante.
Ma che Diavolo sto facendo?
Fanculo anche alle gambe pesanti, supero di slancio quella macabra scena e comincio a correre. Scappo e basta, da tutto, da tutti, anche da me stesso se possibile. La paura ormai si alimenta da sola, qualcosa mi segue, qualcuno mi osserva pronto a farmi del male, il cuore mi sta esplodendo e le tempie schiacciano il cervello.
Sono disperato ma vado avanti come un fottuto automa, finché posso, finché riesco, finché qualcosa non mi colpisce l’orecchio e quasi finisco per terra. Il sistema nervoso collassa in un secondo, mi scappa un urlo di paura, anzi, terrore nella forma più pura, quella in cui si perde ogni controllo. Schiaffeggio l’aria e me stesso cercando di allontanare una bestia maledetta che ormai è già lontana, faccio gesti inconsulti a cui non riesco a dare un senso ma che mi vengono imposti dall’isteria del momento. Giuro che me lo taglierei quell’orecchio se solo avessi qualcosa per farlo, anche solo per togliermi di dosso la sensazione di schifo che provo, anche solo per evitare che quella cosa possa toccarmi di nuovo. Sono costretto ancora a fermarmi, stavolta per riprendere un minimo di contegno emotivo, e no, non ci vogliono quattro respiri ben fatti, scorrono via interi minuti mentre cerco di risalire dal buco del mio squilibrio mentale.
Alla fine con molta calma riesco nell’impresa di tranquillizzarmi, e finalmente grazie a Dio qualcosa comincia a girare per il verso giusto, perché in lontananza nascosta nella nebbia intravedo la sagoma di una casa, finalmente un segno di vita! Rinfrancato dalla scoperta trovo velocemente la siepe che contorna il giardino e inizio a seguirla finché non mi porta al cancello. Quando ci arrivo davanti però mi rendo conto di quanto le mie aspettative siano state tradite, non tanto per il degrado delle sue condizioni e il generale aspetto sinistro; è quel cartello appeso su di esso a lasciarmi atterrito, quattro parole vergate di rosso che recitano in modo maledettamente sarcastico:
BENVENUTI AL DREAM MOTEL
Adesso penso che sia un vero peccato non riuscire a ricordare se ho amici e parenti, se avevo una casa, o se ho mai vissuto momenti felici ad un certo punto, perché ora si, davanti a quell’insegna ho raccolto la certezza che non ne vivrò più. Mi stringo nelle spalle e maledico il destino, era ovvio che sarebbe finita così, delle volte bisogna ammetterlo: è proprio un gran bel lavoro di merda essere me stesso. Qualcuno mi sta aspettando laggiù nella stanza 106, e ho come l’impressione che sarà pure incazzato per il mio ritardo. Passo il cancello e non provo più paura, ansia o altro, perché in fondo mi rendo conto che la vita può essere anche bella… Almeno finché non finisce.
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