S02E01 – L’ALGORITMO DELLA VITA

Ora che si trovava fuori da SponsorCity vedeva le cose con occhi decisamente diversi, un’autostrada deserta la stava conducendo chissà dove, non aveva ricordi di essersi data una meta precisa e non era neppure in grado di stimare che ore fossero, ma forse in realtà neppure le interessava così tanto, era una bella giornata calda e soleggiata e la moto la stava portando lontano da tutto quello che lei considerava caos e civiltà. Non che la cosa le facesse esattamente piacere, anzi in un certo senso quella strana esperienza così diversa da ciò a cui era abituata quasi la intimoriva. Appena fuori dal giardino di casa, appena oltre quel piccolo confine di privacy che era riuscita a mantenere intatto la vita sembrava letteralmente esploderle addosso in un turbinare di persone, luoghi, e una miriade di fottuti appuntamenti da incastrare mentre ora era tutto molto calmo, quasi immobile come in un vecchio quadro. Poteva sentire sotto di sé la moto pretendere più attenzioni da lei, il suo mezzo si era travestito con abiti di amante esigente, ed ora la stava spingendo al muro tenendola stretta per i polsi, poi mentre la baciava e le mordeva il collo in modo quasi animalesco andava ad offrirle del sesso che non lasciava spazio a compromessi o interpretazioni. Non avrebbe saputo dire esattamente il perché, ma quell’atteggiamento così carico di grezza mascolinità la faceva impazzire accendendola come un fuoco; spinse indietro il partner fingendo di respingerlo solo per prendere l’iniziativa, un secondo dopo era su di lui. Si tolse il casco ed ogni finto contegno quindi affondò sulla manetta dell’acceleratore costringendo la moto a rivelare con un ruggito la sua vera natura di avida divoratrice d’asfalto. Una scarica di scintille cadde dal motore riversandosi sulla strada mentre guadagnavano rapidamente chilometri orari, i LED posti sui rotori giocarono risalendo tutta la scala cromatica per poi accendersi di un brillante rosso fuoco quando raggiunse la massima velocità. Era forse questa la libertà? Non ne era sicura, aveva sempre associato il concetto di libertà alla scalata della piramide sociale, come se le due cose fossero collegate in qualche modo ai soldi e al successo che si potevano ottenere nella mutevole gerarchia di Berlino2. Insomma, per lei era sempre stata una libertà da vivere in verticale schiacciando o venendo schiacciati, all’apice il tutto e alla base il niente, eppure ora mentre scaricava i suoi pensieri sulla manetta del gas in quel verde deserto orizzontale trovò un nuovo modo di percepirla ed apprezzarla, più calma e distesa, e forse anche più vera.
Continuò a correre a tutta velocità per un tempo indefinito cercando di raggiungere una destinazione che nonostante le sembrasse sempre a portata di mano era più sfuggente di un fantasma, pian piano cominciò a rendersi conto che non era un punto d’arrivo ciò che stava cercando, ma piuttosto proprio quel concetto arcaico di libertà originale che stava sepolto nel verde deserto che la circondava.
Una volta raggiunta, quella consapevolezza durò solo qualche istante, poi il paesaggio cominciò velocemente a deteriorare attorno a lei contorcendosi fino a creparsi proprio davanti ai suoi occhi, ci fu un “click” che sovrastò come un boato l’intera pianura, poi arrivò il silenzio.
Era sola, immersa nel vuoto, si guardò attorno cercando un punto di riferimento ma non trovò nulla, tutto era sparito in un buio caldo e secco privo di suoni e di vita. Restò immobile in attesa, per qualche strana ragione le sembrava di riconoscere quella sequenza di eventi, come se non fosse poi così strana, o meglio come se il suo subconscio l’avesse vissuta molte altre volte e si fosse abituato.
Aspettò finché non sentì nuovamente un “click”, questa volta più soffuso e delicato, una ventola iniziò a ronzare da qualche parte persa nel buio portando una leggera brezza sul corpo nudo della giovane che chiuse gli occhi lasciandosi accarezzare dall’aria tiepida. Quando li riaprì trovò che l’oscurità si era illuminata di una miriade di numeri verdi che cadevano come pioggia tutt’intorno a lei, stupefatta cercò istintivamente di memorizzare quanti più segmenti di codice possibile intuendone l’importanza ma fu un tentativo inutile perché più cercava di concentrarsi più i numeri si mescolavano fra loro impedendole di ordinarli nel modo corretto. L’intera scena durò pochi attimi, la ventola iniziò a sibilare rabbiosamente trasformando la brezza in un vento forte e fastidioso mentre l’aria fu pervasa di scariche elettriche e rumori meccanici, a quel punto l’immenso Algoritmo cessò di manifestarsi per lasciare il posto ad un ricordo.
Si trovava in un elegante ufficio sulla Kleist Strasse seduta su una comoda poltroncina in Neoplast, davanti a lei un paio di telecamere ed il suo intervistatore, un damerino laccato di Channel9 di cui non ricordava il nome. Poteva essere un’intervista come tante, ne aveva già rilasciate prima, ma quel maledetto giornalista sembrava continuamente premere i tasti giusti per metterla in difficoltà su vari argomenti di etica e politica, lei era stata furba, era rimasta calma ed educata mantenendo una linea frivola e generica senza mai prendere una posizione netta che potesse in qualche modo essere usata contro di lei, sentiva di aver fatto un buon lavoro, almeno finché quello con aria presuntuosa non le pose una serie di domande tanto stupida quanto irrispettosa da costringerla ad una riflessione più profonda.
:<< Mi dica signorina Lowprandt, cosa si prova ad essere un’esemplare unico anche fra i non umani? Pensa che la chiave del suo successo sia l’appartenenza ad una serie diciamo “estinta” o andrebbe ricercata proprio nella fisicità che le hanno dato al momento della sua creazione? Insomma, si sente una privilegiata per il suo aspetto così diverso dal resto degli AIM? >>
Una giovane Vanessa in quel periodo impegnata principalmente a conquistarsi un posto nel campo della moda e della società di SponsorCity rimase qualche secondo in silenzio accusando la violenza di quelle parole. Solo il fatto di averla definita “esemplare” era già estremamente offensivo, ma poi, quanti altri risvolti impliciti potevano nascondersi in quella serie di domande? Realizzò che con quel colpo l’uomo contava di finire un percorso intrapreso fin dalle prime battute dell’intervista, che tutto nelle sue domande si era mosso con uno scopo preciso, e che il suo mostrarsi scioccamente accondiscendente e priva di incisività era diventato il metro di giudizio con cui la stavano misurando, lui e tutti coloro che stavano guardando la trasmissione.
Arrivati a quel punto notò che il suo personaggio doveva per forza essere già stato assimilato dal pubblico, e che tollerando anche quell’ultima provocazione avrebbe firmato velocemente la sua condanna ad essere scaricata nel mare della mediocrità in cui finiscono troppi talenti non troppo talentuosi o abbastanza determinati da poter arrampicare fino ai vertici della piramide socio-artististica di Berlino2.
I salotti nei piani alti e lussuosi in cui gli artisti amavano intrattenersi erano tane per squali eccentrici e visionari, gente che nascondeva pugnali sotto abiti griffati, e file di denti aguzzi dietro ogni sorriso, quelle erano porte che non si aprivano alla gente comune: serviva scaltrezza, talento, denaro e raccomandazioni, serviva stupire e sapersi giocare le proprie carte al meglio. Si rese conto di conseguenza che lei durante tutto quel colloquio queste caratteristiche non le aveva rispettate dando un’immagine di sé molto banale e per nulla interessante, decise quindi di cambiare completamente rotta, in fondo lei aveva tutti i numeri e le qualità per rispondergli a tono, si era solo trattenuta, ed era ora di dimostrarlo.
Si alzò per affrontare quel pallone gonfiato :<<Noto una brillante stupidità nelle sue parole, genuina e semplice come quella di un bambino. La mia unicità non è data dalla forma o dal materiale di cui sono composta e neppure dalla serie a cui appartengo o dall’aspetto, in questo Mondo chiunque può decidere di essere quello che vuole, e lei per esempio della sua materia umana mantiene ben poco. Già, riconosco ogni suo impianto cutaneo, ogni singola plastica che si è fatto per mantenere il suo aspetto accettabile per Channel9. Io invece non ho deciso nulla, mi hanno creata così, e tale sono rimasta, se non per le mie braccia ovviamente ma, è inutile che le dica che non è stata una mia scelta. Perché tutta questa invidia malcelata? I suoi genitori le hanno dato la vita, i miei no, me l’hanno semplicemente salvata. Dovrei sentirmi diversa da voi perché sono stata creata in laboratorio invece di essere uscita da una vagina? Gli AIM sono stati creati con il preciso scopo di assomigliarvi il più possibile, ma lei fa palesemente capire che non vorrebbe fosse così, o meglio, non vorrebbe che noi avessimo le vostre stesse possibilità, il suo è un chiarissimo atteggiamento da stronzo.
È questa che mi rende unica e privilegiata come per tutti gli altri: umani o robot che siano>> disse indicandosi con un dito la testa.
:<<Certo, sono sicuramente fortunata per il mio fisico ma credo di essere molto, molto più di questo. Non credo sia un bel messaggio quello che cercate di far passare in Channel9, infatti ho appena deciso che non vi rilascerò più nessun’altra intervista, mi saluti la redazione.>>
A quel punto l’uomo visibilmente sorpreso da quella reazione così inaspettata balbettò qualcosa d’incomprensibile cercando di giustificarsi, ma lei non gli lasciò il tempo materiale di trovare le parole ed uscì dalla stanza abbandonando il ricordo per tornare alla realtà, e svegliarsi infine nel suo letto.
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