S01E07 – IL RAGAZZO DAL CAPPOTTO ROSSO (pt1)

Catherine scese dal treno di slancio, pochi attimi prima di arrivare alla stazione aveva alzato il livello di guardia del CyBrain e questo in risposta si era premunito di fornirle energie fresche, inoltre aveva avviato un programma interno in grado di rielaborare tutto ciò che recepivano i suoi sensi, una sorta di quinto senso e mezzo avrebbe ironizzato qualcuno.
Lasciò il padiglione centrale per raggiungere gli ascensori che l’avrebbero portata dalla parte giusta della superstrada, per fare prima decise di percorrere un pezzo all’aperto costeggiando i punti d’attracco dei mezzi volanti, ma non fu una grande idea, essendo ormai le ultime ore della notte il freddo si era fatto più rigido, e a quell’altezza soffiava un vento pungente che in pochi attimi le colorò il naso e le guance d’un vivido color pesca, arrivata al padiglione dell’intrattenimento virtuale rientrò nel complesso. In quel punto si era radunata parecchia gente attorno ad un grande stand molto appariscente, probabilmente stavano presentando qualche nuovo device, o forse si trattava di un’altra di quelle promozioni che la CY CORE ogni tanto lanciava con pochissimo preavviso e ad orari abbastanza insoliti, pensò che il reparto marketing dell’azienda doveva divertirsi parecchio nel creare quel genere di eventi. Anche se una parte di lei avrebbe voluto fermarsi a dare un’occhiata, continuò dritta verso gli ascensori e appena ne trovò uno disponibile lo prese.
Scese dalla piattaforma con un signore distinto dai capelli brizzolati che trasportava un grosso scatolone, cercò di capire cosa contenesse senza farsi notare, quando però si rese conto che non era in una posizione che le consentisse di farlo lasciò perdere e si mise ad impostare il percorso olografico per il Giftig sul suo glove. Una volta raggiunta la base del complesso Cath s’incamminò nuovamente verso la sua meta, lungo la strada un pesante aerocargo apparve da dietro un grattacielo ad una quindicina di metri d’altezza, con una certa goffa lentezza il mezzo andò a posizionarsi sopra la Wes-Os Autobahn allineandosi con essa per poi dare massima potenza ai reattori inferiori che, con un assordante sibilo iniziarono a spingere il mezzo in quota verso l’Einkaufszentrum.
La passeggiata nella zona lungo il margine esterno di SponsorCity proseguì tranquilla e Catherine raggiunse presto l’edificio che ospitava il Giftig, un complesso commerciale su due piani molto anonimo, che sorgeva in una via laterale altrettanto anonima. Non ci mise molto a trovare fra i vari negozietti l’insegna del Giftig nei pressi della quale erano state parcheggiate alcune moto, due erano chiaramente delle rat-bike ronciose e selvagge, poi c’era una bella BMW Serie72 di colore verde acido, ma quella che colpì davvero Catherine era una aerobike MV-Turpe sfumata nera e viola che sembrava uscita direttamente da un sito di elaborazioni, una cattiva e aerodinamica bambina da competizione, semplicemente feroce nelle sue finiture in carbonio e termoresina. Con quella si potevano raggiungere anche i cinquecento metri di altitudine, e la modestissima velocità di seicento chilometri orari, una specie di missile aria-aria considerando gli spazi cittadini, lasciò quel gioiellino a riposare nel parcheggio e fece scattare le porte automatiche del Giftig che silenziosamente si aprirono permettendole di entrare.
Essendo il pianerottolo d’entrata posto un paio di gradini più in alto rispetto al resto del locale Catherine poté da subito avere una panoramica abbastanza dettagliata dell’ambiente, la primissima cosa su cui si soffermò furono senza dubbio le pareti, qualcuno aveva trovato un modo semplice e geniale per sfruttare al meglio la loro forma circolare, le aveva colorate di un nero traslucido per poi proiettarvi sopra grazie ad un olo-proiettore dinamico il corpo di un enorme serpente tridimensionale dai colori fatui e spettrali che si avvolgeva lentamente su sé stesso partendo dal pavimento fino a sparire nel soffitto creando nella stanza un movimento sinuoso, ansiolitico e disorientante. Una musica Dark ambient appena accennata in sottofondo aumentava l’effetto destabilizzante dell’opera.
Una volta che staccò gli occhi dalla fiera olografica si rese conto che il Giftig era più piccolo e scuro di quanto si aspettasse, il colonnone centrale retroilluminato su cui erano state esposte le decine e decine di bottiglie di alcolici colorati era sicuramente il punto focale del bar, tutto attorno ad esso si trovava un bancone ad isola ampio e generoso con due fasce di neon sul frontale, una viola e l’altra azzurra. Un’androide molto alto e particolarmente aggraziato stava preparando delle birre da una delle tante spine che intervallavano il bancone, il CyBrain precisò prontamente che di trattava di un androide modello AIM-4 di sesso femminile attivo da circa otto anni, inoltre la informò che quella non era la sua scocca originale da cui differiva in parecchi particolari, il più vistoso dei quali era senza dubbio il colore che ora aveva un’insolita fantasia a rombi gialla e nera. I tavoli erano abbastanza pochi, non più di una dozzina, sparsi senza un ordine apparente, in quel momento solo due di loro erano occupati, in uno aveva trovato posto una piccola compagnia di motociclisti, mentre in un altro, direttamente in fondo alla sala sedeva girato di schiena il suo uomo, facilmente riconoscibile, proprio come le aveva detto Tsubo, per il suo lungo cappotto rosso. Dopo aver salutato con un gesto l’androide dietro il bancone scese i gradini velocemente e attraversò il bar per andare a raggiungere il ragazzo che sembrò non sentirla arrivare, Catherine girò intorno al tavolo per prendere posto direttamente di fronte all’uomo, e nel sedersi dovette fare un certo sforzo per trattenere un’espressione d’inebetito stupore quando i suo occhi si posarono sul volto dell’uomo, cazzo, ci mise qualche secondo a capire cosa stesse esattamente guardando. La faccia di quel tizio era stata completamente asportata, ossatura compresa, da poco più di metà fronte in poi infatti quella che aveva davanti agli occhi era la protesi sostitutiva di un teschio umano in metallo e materiale plastico.
Cath che grazie alla sua amica qualcosa di trasformismo e chirurgia s’intendeva, stimò che si trattava di un modello di protesi fuori produzione da almeno cinquant’anni, e anche per quell’epoca doveva essere abbastanza economico. Non aveva neppure uno snodo per l’apertura della mandibola, che restava leggermente aperta, abbastanza per consentire l’introduzione di cibi liquidi o tritati. Con la mandibola così inchiodata l’unico modo che quell’uomo aveva per poter parlare era l’utilizzo di un modulatore in grado di replicare la vibrazione delle corde vocali sistemato a circa metà collo, il naso invece era addirittura completamente assente perché non erano stati previsti sensori olfattivi, mentre gli occhi erano stati sostituiti da un impianto visivo che terminava in due grosse e rotonde lenti rosse, le quali rimandavano direttamente al colore del suo cappotto.
Secondo la normale routine quella protesi avrebbe dovuto avere una copertura in carne sintetica per renderla più umana, ma il lavoro non era stato fatto, anzi, la carne viva era ricresciuta intorno a quella specie di teschio metallico, a volte aggrappandosi ad esso come cercasse d’inglobarlo, mentre in certi altri punti era rimasta sollevata creando delle fessure e dei brandelli svolazzanti che regalavano inevitabilmente una brutta sensazione all’osservatore.
Di certo quell’uomo doveva aver avuto un qualche tipo d’incidente molto grave, ed era stato rammendato in fretta e furia con mezzi e personale di fortuna, non c’era altra spiegazione.
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