S01E06 – HYPER-RAIL (pt2)

Se durante il percorso l’Hyper-Rail era quasi completamente trasparente, all’interno delle stazioni era coperto da un materiale semiplastico bianco lucido che aveva lo scopo di attutire il rumore del botto supersonico e di contenere l’enorme quantità di energia sprigionata dall’impianto di frenata. Una serie di vibrazioni e di meccanismi che si agganciavano fra loro annunciò che le barriere magnetiche stavano entrando in funzione all’interno del tunnel. L’aria si fece più densa, e piccole scintille iniziarono a manifestarsi con un crepitio sulla parte superiore della calotta plastica. Catherine passò il palmo del cyberglove su uno dei tanti monitor adibiti al rilascio dei codici d’accesso al treno, quindi prese posto in una delle corsie d’entrata. A parte la fame crescente si sentiva molto a suo agio, il trucco chirurgico di Automa stava proteggendo la sua identità anche dalle telecamere di sicurezza della stazione, mentre la pistola che le aveva lasciato avrebbe protetto tutto il resto. Con il passare degli anni la legge in materia di armi si era molto ammorbidita, un po’ per quel diritto alla difesa personale che andava a scontrarsi direttamente con una sempre crescente criminalità, un po’ per la difficoltà effettiva di riconoscere le potenziali armi e peggio ancora di disarmarle, in quanto spesso erano integrate direttamente negli innesti robotici, camuffate al loro interno, o costruite in modo da diventarne una componente essenziale, impossibili da rimuovere senza compromettere l’uso dell’innesto stesso. Così le depenalizzazioni sull’uso degli armamenti in genere era proseguito, e ora una ragazza di ventisette anni con una pistola non registrata in tasca se la sarebbe cavata al massimo con un ammonizione, il sequestro dell’arma, qualche mese di corso rieducativo, e probabilmente una multa, anche se, era sicuramente il corso la parte più fastidiosa e quella che Catherine voleva assolutamente evitare, una vera seccatura. Il treno arrivò con un violento scossone che fece tremare le pedane della struttura , contemporaneamente una serie di inservienti olografici comparve nei punti d’accesso a spiegare le sempreverdi regole di viaggio che nessuno ascoltava mai, forse qualche raro turista ancora ci dava peso, ma stava diventando strano anche per quella categoria. Per garantire che il giro della città fosse completato nel tempo di 30 minuti esatti la rapidità era fondamentale anche durante gli scali, il sistema automatico di aggancio fissò i corridoi d’ingresso al tunnel quindi le porte si aprirono ai nuovi viaggiatori. Le persone davanti a Catherine vennero quasi travolte da un gruppetto di tre uomini con la faccia da maiale che aveva deciso di scendere sgomitando dalla parte sbagliata, lei invece trovandosi più in fondo alla fila ebbe modo di osservare con calma quei volti imbruttiti dalle manipolazioni di qualche genetista. Quella dei genetisti era un arte che andava in diretta contrapposizione filosofica a quella dei trasformisti come Automa. Se da una parte veniva esaltato l’uso della robotica e dei materiali sintetici, i genetisti preferivano ricorrere alla riscrittura del codice genetico per spingere l’uomo oltre il suo limite estetico e funzionale. Questa disciplina aveva di vantaggioso il fatto di essere molto meno costosa rispetto all’utilizzo di parti elettromeccaniche, per questo veniva spesso utilizzata anche dalle gang di teppisti che volevano darsi un segno distintivo d’appartenenza, come una specie di antico retaggio tribale. In mezzo allo scompiglio di proteste ed insulti, l’unica che sembrava divertita era Catherine, il pensiero che quei tre maiali dovevano essere per forza amici di Karl le aveva regalato un momento di sana allegria. Salì sul treno in uno dei vagoni centrali, e dopo aver passato il guanto sul dispositivo d’accettazione trovò un posto appartato vicino ad un finestrino, il vagone era molto pulito ed illuminato, arredato in stile minimalista con il bianco e il violetto come colori dominanti. Quella lunga notte che l’aveva vista letteralmente rimbalzare da un capo all’altro della città andava esaurendosi, programmò di fare un bel bagno rigenerante nella vasca-sauna lungo almeno quattro ore appena arrivata a casa, ma prima doveva fare quell’ultimo giro, il più importante. Impostò il CyBrain per riprodurre un pezzo electropunk, e questo cominciò a suonare quasi magicamente nella sua testa, doveva essere qualcosa che stimolava delle variazioni di pressione all’interno dell’orecchio, ma non se ne intendeva molto, sapeva solo che era uno dei tanti usi minori di quel dispositivo e le bastava. Decise di usare Mallory come nome nel caso il contatto gliel’avesse chiesto, non aveva idea di che aspetto avesse, ma Tsubo le aveva fornito un dettaglio che lo avrebbe reso facilmente riconoscibile all’interno del locale. Immaginò che l’uomo da incontrare fosse una specie di Tsubo in versione europea, un personaggio eccentrico ma molto curato e sofisticato, in fondo facevano affari insieme, quindi qualche punto in comune potevano tranquillamente averlo. Sempre usando il CyBrain andò a cercare informazioni sul posto dell’incontro, il Giftig bar era una birreria-paninoteca per cyberbikers non troppo distante dalla stazione, fortunatamente pensò controllando l’ora. Lei si sarebbe mostrata sicura e spavalda quanto un’attrice navigata, e se si fosse presentata la possibilità avrebbe pure cercato un nuovo ingaggio, era un po’ a corto di lavoretti ultimamente. Sicuramente Tsubo non avrebbe avuto da ridire, in fondo era libera di lavorare per chi voleva, e visto tutto lo sbattimento che le avevano procurato si sarebbe anche fatta offrire un panino e una birra, aveva appena notato che il Giftig aveva ottime recensioni sui panini quindi accantonò l’idea del tacos. Poi, una volta mangiato, con il resto del locale ormai abituato alla loro presenza gli avrebbe passato il chip, o forse glielo avrebbe messo in tasca ancora non lo sapeva, era sicura solo del fatto che voleva passarglielo all’interno del locale dove c’era altra gente intorno, giusto per essere sicura che l’incontro non degenerasse in qualcosa di sgradevole.

Catherine si abbandonò sul sedile termo-riscaldato godendo del leggero tepore che emanava, una ciocca di capelli rossi le era uscita dal cappuccio per adagiarsi sulla sua spalla, prese a giocarci senza prestare troppa attenzione agli altri viaggiatori. Un countdown di cinque secondi venne scandito dai monitor e da una voce elettronica, mentre le luci si abbassarono fino a raggiungere uno spettro di gradazione sufficiente a permettere di guardare fuori dal finestrino senza fastidiosi riflessi, poi l’impianto di frenata venne rimosso e il treno partì. Per una frazione di secondo le sembrò quasi di cadere nel vuoto e si ritrovò con i polmoni completamente svuotati dallo scatto in avanti, centinaia di pistoni e valvole nascosti all’interno della struttura del treno urlarono e sibilarono come bestie feroci mentre si muovevano freneticamente per compensare l’incredibile forza di compressione che l’accelerazione esercitava sui passeggeri. Durò solo pochi istanti, il tempo che il treno uscisse dalla stazione e il sistema di compensazione venne spento, lasciandolo libero di continuare la corsa in un silenzio surreale. Catherine cercò di focalizzare la sua attenzione sul finestino che guardava il Formicaio, gli edifici di SponsorCity erano troppo vicini per permetterle di cogliere anche il più insignificante dei particolari, comparivano e sparivano nel nulla troppo rapidamente. La piana del Formicaio invece le dava una visione dall’alto, più aperta e libera, migliaia di luci là sotto sfrecciavano come impazzite a perdita d’occhio e Catherine si ricordò del suo primo viaggio serale in Hyper-Rail. Avrà avuto si e no sei anni, e a guardare tutte quelle stesse luci che stava guardando ora era rimasta estasiata le era sembrato di volare letteralmente sopra il cielo, e quelle piccole luci sfuggenti erano diventate stelle e galassie da sognare ed esplorare, mentre ora vedeva solo allargarsi ai suoi piedi una baraccopoli sporca, ingiusta e pericolosa. Concluse che la visione che aveva da bambina era decisamente meglio, e che crescere beh, era un pessimo effetto collaterale del nascere. Il viaggio non durò molto, dopo pochi minuti arrivarono alla Porta Nord di competenza dell’autoctona KruppStars , poi ripresero il percorso verso il famoso Einkaufszentrum CY CORE Ostberlin2, la meta finale di Catherine. La CY CORE azienda leader nel campo della robotica e unica fra le corporazioni ad avere un forte ritorno economico derivato dalla vendita diretta al pubblico delle proprie tecnologie, nella sua piattaforma aveva cercato di valorizzare il più possibile questo aspetto. Il centro commerciale CY CORE di Berlino2 Est era il grande magazzino griffato CY CORE più esteso d’Europa, l’incredibile quantità di prodotti disponibili era stata divisa per argomento e sistemata all’interno di grossi padiglioni con pianta esagonale, si poteva trovare semplicemente di tutto: dai prodotti per la casa agli armamenti, dalle tecnologie per il gaming e la navigazione Net fino al settore dedicato agli innesti robotici, era anche presente un centro di manutenzione e riparazione per droni e cyborg, e addirittura un avanzato centro di ricerca e produzione di robot con intelligenza umana della serie AIM (autolearning intelligence machine), precisamente in quel posto specifico venivano prodotti i modelli AIM-4 e AIM-8.
Ormai erano quasi arrivati, ancora un minuto e i pistoni sarebbero tornati ad urlare inferociti, Catherine chiuse gli occhi godendosi quegli ultimi attimi di silenzio.
Share this article